Un altro Piano è possibile

November 06, 2018
by Donato Zoppo

Non è un pianista classico, non è un pianista jazz, non è uno degli ennesimi pianisti addomesticati che si sentono oggi, ma allora chi è Mario Mariani?
Un pianista che lascia il segno in chiunque lo ascolti e soprattutto lo veda…
Nella sua musica confluisce un insieme di suggestioni di tecniche e riferimenti, tanto che lui stesso ama definirsi “un incrocio tra un uomo rinascimentale e un hacker, con il background sciamanico”.

Uomo rinascimentale, hacker e sciamano. Un uomo fuori dal tempo eppure ben calato nei nostri tempi. Mario Mariani, classe 1970, dov’eri in questi ultimi 25/30 anni?
Sono sempre stato qui e oltre, mai sazio del mio tempo. Mi sono sempre sentito un felice inattuale, essendo nel mondo, senza essere “del” mondo. Vecchio da giovane e di conseguenza, giovane da vecchio. Vediamo un po’…. In realtà sono sempre stato in giro con tanti progetti, anche molto diversi tra loro: colonne sonore per il cinema, produzioni teatrali, progetti speciali e ultimamente ho deciso di scendere in campo con il mio pianoforte.
Una frase che è diventata il mio slogan recita: “Un altro Piano è possibile.”
Un piano di realtà, di consapevolezza e naturalmente anche un piano… forte!
Che è fondamentalmente lo stesso da circa 200 anni e lo paragono spesso al nostro cervello, che ha circa 200.000 anni. Lo strumento è sempre lo stesso ma siamo noi diversi, continuamente. Mi piace quindi usare in maniera “laterale” questi due strumenti, avvalendomi per quanto riguarda il pianoforte di tecniche estese, che agendo direttamente sul corpo sonoro, da dove il suono ha origine, ne trasformano direttamente il suono, e io aggiungerei, anche il senso.
Possiamo parlare di pianoforte preparato? Ovviamente preparato “alla Mariani”…
Non mi piace il termine “pianoforte preparato”, sia perché ricorda troppo John Cage e il suo periodo in cui sperimentazione era spesso un “must” e come ogni moda è invecchiata presto, come certi film di fantascienza; sia perché non piace l’idea della “preparazione”. E’ come suonare una partitura. Io sono di base un improvvisatore, un compositore istantaneo transpersonale. E ironicamente rispondo che il pianoforte è “impreparato”, come il pianista, visto che molte volte non so assolutamente cosa andrò a suonare.

Foto 1 Mario Mariani ©Paolo Angeletti

Immagino che in questo percorso in cui tutto è concentrato nella tua persona, ci sia anche una scelta di fondo di autoproduzione…
Sì, ho scelto da tempo la via dell’autoproduzione, avvalendomi ogni volta di un distributore diverso, per mantenere la mia indipendenza artistica e avere il controllo su ogni fase di ciò che produco, dato che sono io a metterci la faccia. E il cuore.
Una via ardua per certi versi ma anche piena di soddisfazioni: basti vedere nel cinema artisti/produttori come Stanley Kubrick, Lars Von Trier e nella musica Frank Zappa, John Zorn, guarda caso tutti i miei artisti preferiti…
Non so per quale motivo la mia musica sembri spaventare i discografici, i costruttori di pianoforti e i signori del business musicale che la considerano “complicata”, mentre invece sembra piacere moltissimo al pubblico che la considera con la giusta attenzione e la apprezza.

Dall’attualità della musica al passato glorioso – e per questo mai dimenticato, ma necessariamente da attualizzare e rendere vivo come fai tu – di Gioachino Rossini. Il tuo illustre concittadino, che hai omaggiato in The Rossini Variations.
The Rossini Variations esce esattamente un anno dopo The Soundtrack Variations, un lavoro dedicato al cinema, con miei originali rifacementi, variazioni e improvvisazioni. Un lavoro simile è stato fatto sulla musica di Gioachino Rossini, tra l’altro mio concittandino, nato anch’egli come me a Pesaro di cui quest’anno ricorre il 150° dalla scomparsa.
La sua musica è sempre stata presente nella mia vita e la sua nutrita produzione, sopratutto nei primi anni, costellata di continui lampi di genialità e di una velocità di scrittura impressionante, ne ha fatto un Mozart del 1800. A differenza di Mozart, Rossini ha saputo farsi rispettare e valorizzare incredibilmente, venendo considerato alla pari di capi di Stato (che spesso reclamavano la sua compagnia) e dei più importanti uomini della sua epoca.


Foto 2 Mario Mariani ©Paolo Angeletti

Chissà se oggi Rossini sarebbe altrettanto apprezzato… Credo che tu abbia qualcosa da dire anche sulla contemporaneità musicale.
Penso che la banalità di molta musica di oggi, pianistica ma non solo, sia la reazione “autoimmune” alla eccessiva complicazione (da non confondersi con la complessità che invece io adoro e ricerco) dello strutturalismo integrale, diktat musicale che ha imperato fino agli ultimi anni del secolo scorso.
L’eccessiva parametrizzazione della musica portata agli estremi esasperando l’eredità della dodecafonia schoenbergiana compiuta da compositori come Pierre Boulez, Donatoni e molti altri, e l’avanguardia a tutti i costi, hanno prodotto una empasse senza ritorno. Tale empasse è una delle cause, ma non solo, che ha generato la paura della complessità producendo l’attuale “minimismo” musicale, figlio degenere del minimalismo (che a differenza ha anche prodotto musica interessante, come i lavori di Glass, di Reich e di Riley).
Il “minimismo” di oggi richiede costruzioni musicali insipide, dal minimo cambiamento, senza dinamica, senza sorpresa, rassicuranti e perfetta come un tappeto di sottofondo, una neomuzak, una sorta di “carta da parati musicale” in cui chi “fruisce” questa musica può benissimo continuare a fare altro…

Ma l’uomo rinascimentale, hacker e sciamano che è in te avrà allora un approccio completamente diverso al fare musica e al fruirla.
Per me la musica è tutto tranne questo. Da sempre sostengo una fruizione della musica totale, rispettosa, “religiosa”, come ammirare un quadro in un museo. 
E ancora di più che per l’arte visiva, la condizione ideale di ascolto è il silenzio. Il silenzio naturalmente fisico, ma anche il silenzio dei propri pensieri. La musica solo in questo stato, può pervadere proficuamente il fruitore, diventando arte.
Se dovessi immaginare un’evoluzione dello stato musicale la vedrei in questo senso: maggiore consapevolezza dell’ascoltatore e il vivere un’esperienza. Ogni periodo di crisi, se vissuto proattivamente, porta con se i semi del cambiamento, così come ogni problema ha già in se, a saperla vedere, la soluzione.
Uno dei più grandi gesti rivoluzionari è il rivoluzionare se stessi, svincolandosi dal “pensiero comune”, che a ben vedere non esiste. Non esiste la “gente”, non esistono i “luoghi comuni” e non esiste la massa. Sono tutti concetti “fantasma” che servono a ingabbiare il pensiero dentro categorie e a creare, come dicono gli esoteristi, “egregore”, cioè forme pensiero che si nutrono e prendono energia dalla quantità di pensieri, guarda caso facendo leva sulle due principali istanze umane: la paura e il desiderio.
Il perfezionare se stessi, il documentarsi, lo studiare, il sentire, il ricordare e il comprendere quanto tutto questo agisca su se stessi, a più livelli, è la principale forma di libertà. Il riconoscersi come un individuo e non come un numero.
Come un ente individuale, in cui la vita scorre, anch’egli creatore di vita e di mondi. L’Arte è uno dei principali mezzi evolutivi che, facendo sentire l’uomo un creatore lo affrancano dalla schiavitù endemica e lo salvano dal vero “peccato originale”: non rendersi conto del chi si è, dell'”Io SONO”.

Il concerto, la performance, il fare ed esibirsi, il veicolare “in diretta” una propria idea musicale, che valore hanno per te? Da quanto mi dici credo tu sia lontano dai meccanismi che soddisfano il narcisismo dell’artista…
Il concerto non è solo una autocelebrazione dell’artista. Pur adorando la musica rock, soprattutto il progressive degli anni’70, ho sembre detestato battere le mani ai concerti (anche perché mi deconcentra dalla musica) e celebrare il rito fascista/orwelliano che antepone il dittatore (la rockstar) ai suoi sudditi (il pubblico urlante… e pagante). Così come ho sempre detestato il culto edonistico della superstar, non solo in un concerto live ma anche in una composizione.


Foto 3 Mario Mariani ©Paolo Angeletti

Ascolti molta musica di solito?
Oggi ascolto raramente musica, principalmente per ragioni di tempo e quando ho voglia di ascoltare musica la suono, non sapendo esattamente cosa verrà fuori.
Il mio pianoforte è sempre microfonato e con un registratore pronto. Appena sento che sta “arrivando qualcosa” premo record e suono per almeno 30, 40 minuti. Poi vado avanti così per altri 4/5 brani. Non riascolto quasi mai nulla e dopo giorni se non settimane torno a riascoltare quello che ho fatto. Molti brani sono nati così.
A parte questo, l’unica musica che ho voglia di ascoltare è quella non egocentrica, quindi i canti gregoriani, la musica rinascimentale, i raga indiani, la musica delle tradizioni popolari e l’improvvisazione radicale, in quanto espressione del qui e ora. E questo è anche quello che in buona parte faccio nei miei concerti basati su quella che definisco “Composizione Istantanea Transpersonale”: il sintagma è mio e sta ad indicare una creazione nel presente in cui il passato delle proprie conoscenze musicali, del proprio vissuto, si incontra in un equilibrio tra il presente e l’immediato futuro a cui si rivolge, sperimentando la scintilla della creazione in un miracolo estermporaneo che avviene nello stesso momento per l’artista e il pubblico. Il transpersonale è anche inteso come, per usare le parole di Jung, come un inconscio collettivo musicale in cui avvengono sincronie e serendipità. Come un viaggio sciamanico.


Torna lo sciamanesimo, che è ben radicato in te…
Infatti lo sciamanesimo è un fenomeno che mi ha sempre interessato avendolo praticato anche attivamente. In realtà è molto più di un fenomeno: si potrebbe definire la più antica delle religioni, pur non essendo una religione nel senso tradizionale di organizzazione. E’ una tradizione risalente alla notte dei tempi che vede l’uomo superare il suo stato consuetudinario, accogliendo in sè energie ed entità di altri mondi e altri stati di consapevolezza, compiendo trasformazioni ed effetti prodigiosi. Lo sciamano esce dalla consueta “zona di comfort”, entra in uno stato di trance e l’elemento musicale è fondamentale.
In una maniera simile, quando suono entro in una realtà parallela in cui sono contemporaneamente “qui” e “di là”. Prova ne è che avviene una profonda trasformazione, anche visibile, nella mia persona. Questo mi porta, come succede a molti pianisti, a muovermi anche in maniera “particolare” (mi vengono in mente Glenn Gould, o Keith Jarrett) venendo letteralmente posseduto dallo spirito musicale. La mia fisicità, l’unione con lo strumento, la trance che potremmo definire “sciamanica” che mi pervade quando suono, sono tutti elementi integrati nel qui e ora della performance, della musica intesa come opera d’arte totale.
Per me la musica infatti è Arte e l’arte per definizione è anticipazione, rivoluzione e quindi può al momento non venire compresa da chi nutre resistenze verso il cambiamento.
Ma il cambiamento non si può fermare.

Letter From CEO / Welcome from the AIMAGAZINEBOOKS CEO, Christina Magnanelli Weitensfelder

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