SOVVERTIRE LA MUSICA

11 Settembre 2018
by Bozina Flavio

“VUOI PIÙ BENE A MAMMA O PAPÀ?”. Ecco. Non posso rispondere a una domanda così, semplicemente perché non è possibile dare una risposta. L’intervista a Nicola Battista, musicista, produttore, discografico e soprattutto un visionario capace di immaginare quello che non c’è. Abbiamo raccolto qualche sua dichiarazione. E tre numeri da giocare al lotto.

 

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Foto di Marco Battista, 2018.

Come nasce Kutmusic Italhouse e perché?

-Nasce nella mia testa a fine anni ’80, quando mi trovavo ancora al liceo e stava esplodendo il fenomeno dell’house music che inizialmente non era l’orrenda musichina da discoteca che avrebbe dominato il decennio successivo, con la cassa in 4 – ma una musica-collage, spesso letteralmente “fatta in casa” con tonnellate di campionamenti di dischi altrui. Questo, e l’idea che si potesse fare musica con il computer (cosa di cui avevo sentito parlare da quando avevo messo le mani sul mio primo computerino che neanche era capace di fare un “beep”, nel 1981 e che poi in parte avevo cominciato a fare su un Commodore 64) mi fece pensare che forse anche un analfabeta musicale come me, uno che al massimo comprava i dischi della Baby Records e le sigle della tv in 45 giri (e che inorridiva quando da piccolo sentiva qualche parente minacciare di volerlo inviare a lezioni di piano) avrebbe potuto fare qualcosa in quel campo. Il “Kut” di Kutmusic richiama proprio il concetto di cutting, scratching, campionamento. C’era un dj chiamato “Kut Master Shokk”, per esempio. Ho scoperto solo anni dopo che il termine aveva anche un significato abbastanza equivoco in lingua olandese! Ma questa è un’altra storia.

“Italhouse” che oggi fa abbastanza ridere e che ho lasciato nel nome della mia ditta alla Camera di Commercio, nasceva appunto come una formula italiana originale in quel settore. Poco dopo la stampa cominciò a parlare di “italian house” quando i produttori italiani che già lavoravano (io ero ancora alle cassette casalinghe) cominciavano a sfondare sui mercati esteri con i loro pezzi. Come dire: avevo l’idea ma giustamente c’erano molti altri in grado di metterla in pratica prima di me.

Sono comunque passati 30 anni esatti, era il 1988, dalla prima volta in cui ho scritto “Kutmusic” o “Italhouse Records” sull’etichetta di una cassettina fatta a mano o stampata col computer.

 

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Due uscite di fine 2017: “Wake Up Gregor!!” dei Samsa Dilemma (cd/digitale; grafica di Nicola Salerno) e “Presence” di Synthwave League featuring Robert Patton (solo digitale; grafica di Nicola Battista)

 

Il tuo è un catalogo ricco e variegato, c’è una zona musicale che prediligi?

-Il “ricco e variegato” è successo quasi per caso. Io volevo inizialmente fare solo i miei pezzi e concentrarmi sulla musica elettronica. A un certo punto mi resi conto che da solo non sarei andato molto lontano. A fine anni ’90 – dopo qualche apparizione come Dj Batman in alcune compilation in Stati Uniti e Regno Unito – ero pronto per pubblicare brani miei ma anche di qualche amico e contatto sia in Italia che all’estero. Anche il genere elettronico come unico “focus” venne quasi subito a cadere, per due motivi: il fatto che avevo in mente di lavorare su ristampe di materiale d’annata di generi come il jazz (cosa che ho fatto e che faccio tuttora) e la collaborazione avvenuta per una serie di circostanze deliranti con un distributore di colonne sonore e con amici che facevano tutt’altro genere. Di solito succedeva questo: ma visto che stai distribuendo le tue cose online, perché non pubblichi anche le mie? E si passava a fare qualcosa di completamente diverso, dal rock alternativo alle sonorizzazioni per teatro e tv. Oggi, pubblico cose che vanno dal “sound desertico padano” di Peluqueria Hernandez al jazz più delirante di personaggi come Neu Abdominaux Dangereux (Nicola Salerno e Roberto Zorzi con una lunga lista di complici), Enrico Merlin, Francesco Cusa, al folk-blues dei Dogs Love Company. C’è l’alternative rock dei Samsa Dilemma ma non ho dimenticato l’elettronica (tra i tanti cito gli italo-berlinesi Ursel, che ho pubblicato sia in coppia che con i lavori solisti di Hanibal e Rufus Penta, o Joyello con le sue sperimentazioni soliste che sfociano nella musique concrète), ma il campionamento e il collage sonoro sono persino rifiutati – e giustamente, dato l’abuso che se ne è fatto – da alcuni degli artisti con cui lavoro. Ai generi musicali non ho mai creduto: servono solo per individuare delle nicchie di mercato e piazzare un prodotto. Da ascoltatore e da addetto ai lavori, mi interessano musiche valide e che hanno qualcosa da dire. Se guardi i grandi maestri delle soundtrack italiane, era gente capace di fare una musichina leggera di sottofondo a uno spot pubblicitario, ma anche una colonna sonora completa di un horror o un thriller erotico, fino alla computer music e alla musica religiosa. E venivano fuori cose incredibili comunque, erano personaggi super versatili. Mi interessa questo tipo di situazione.

C’è un grande amico e collaboratore insostituibile, uno con cui abbiamo fatto moltissimi danni da un quarto di secolo a questa parte, Nicola D’Agostino. Lui dice che ci occupiamo di “musiche di contaminazione”. Credo che sia una definizione perfetta e credo sia quello che prediligo fare. I Rolling Stones che sghignazzano mentre Gene Pitney dice parolacce (su vinile colorato), Peluqueria Hernandez in una inaspettata versione hip-hop con DJ Zeta e il rapper Zampa,  i cd di improvvisazione jazz con nomi come Massimo Barbiero, Roberto Zorzi, Boris Savoldelli, Scott Amendola, Michael Manring o l’electro-ambient-dub dei Wozzdet? (che derivano da una costola dei NAD originali, con Nicola Salerno, Enrico Terragnoli e Sbibu Sguazzabia). Per me sono tutte cose assolutamente coerenti con quello che facevo quando sulle mie cassettine fatte in casa mettevo un pezzo da un LP di Billie Holiday che mi aveva passato mio zio, sopra un breakbeat trovato su un cd che neanche sapevo essere a sua volta fregato da un vecchio disco di Bobby Byrd.

 

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Ancora due uscite del 2017: “Facanàpa & Umarells and the World Wide Crash” – la crisi mondiale (e gli “Umarell” che la osservano) secondo Scott Amendola, Michael Manring, Roberto Zorzi (cd, 2017, grafica Nicola Salerno);  “Ballate Folk ed Altre Storie” dei Dogs Love Company (cd EP con in copertina “La Figlia di Iorio” di F.P. Michetti; grafica di Nicola D’Agostino).

 

Discografico, produttore, distributore, musicista, in quale di queste definizioni ti trovi meglio?

Musicista sarebbe disonesto. Io a malapena riesco a leggere uno spartito e non sarei capace di suonare alcunché guardando un pentagramma. E anche quando metto mano su qualcosa – da una batteria elettronica a un didjeridoo – l’approccio è più quello di un bambino che fa cose a caso che quello di un musicista che sa esattamente dove andrà a parare. Ogni tanto faccio qualche pezzo originale o qualche remix, ma troppe volte ho tempi geologici per queste cose. Negli anni ho capito che – pur nella mia sciaguratezza – sono decisamente più bravo come discografico e distributore. Ho un piccolo record: sono stato il primo italiano a firmare un contratto per vendere un mp3 in America. L’anno era il 1998. Sono passati 20 anni, un altro anniversario, e so di avere ancora un sacco da imparare.

 

Negli ultimi anni hai pubblicato Beatles, Rolling Stones ed Iggy Pop (con David Bowie) ci parli di questa operazione?

-Negli anni ’90 in Italia era facile trovare ristampe su cd a bassissimo costo di molti artisti, tra cui i Beatles. Una vera manna per chi come me aveva pochi soldi da spendere e voleva ascoltare qualcosa di nuovo; oggi si potrebbe fare tutto su YouTube, ma come sai tu stesso che quel periodo l’hai vissuto, andare a “scavare” in un negozio di dischi era decisamente diverso. All’epoca in molti paesi europei i diritti connessi, quelli sui master discografici, scadevano alla fine del trentesimo anno dalla pubblicazione. Vuol dire che piccole strutture (ma anche quelle più grandi) ripubblicavano questi lavori pagando la SIAE e basta; era tutto perfettamente legale e si trovavano questi cd a poche migliaia di lire. Da noi si poteva fare anche di peggio: stampare bootleg di concerti live con un sistema analogo, pur di promettere di pagare gli eventuali aventi diritto su loro richiesta. Tutto questo finì a metà del decennio: il copyright sui master passò da 30 a 50 anni e sui live fu fatto un notevole giro di vite. Era finita la festa. Mi resi comunque conto che c’era materiale che si avvicinava ai 50 anni di scadenza e che esistevano società che concedevano licenze a costi contenuti sui propri cataloghi. Il motivo per cui per esempio esistono decine e decine di edizioni differenti di certi pezzi di Bob Marley prodotti da Lee Scratch Perry. In pratica, pensai che prima o poi avrei sfruttato queste possibilità.

 

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The Rolling Stones – “Andrew’s Blues” in 7” (vinile di colore blu, registrazioni inedite del 1964), 2018. Grafica Nicola D’Agostino.

 

 

Per master nel pubblico dominio oggi il termine è di 70 anni, ma ci sono eccezioni. Chi può e sa distinguere il materiale utilizzabile, cerca di pubblicare quel che può. Ci sono strutture che hanno sfornato diversi album completi di noti artisti dei sixties… io mi sono tolto un paio di sfizi: due inediti dei Beatles in un cd singolo del 2014 che completano il set “svedese” presente in “Anthology 1” (“She Loves You” e “Twist and Shout”) e quest’anno “Andrew’s Blues” dei Rolling Stones in un singolo in vinile blu. Per quanto riguarda Iggy, il materiale è invece preso da un licenziatario negli Stati Uniti e – con un anno e mezzo di ritardo su quanto avrei voluto… – sta per uscire in vinile, un LP colorato effetto “splatter” (con chiazze di bianco/nero/grigio). Qui il materiale è stato ampiamente pubblicato in altre edizioni, ma io spero di riuscire a realizzare qualcosa che sia un oggetto da collezione, oltre che un buon disco da ascoltare (il master utilizzato è di ottima qualità). Dalla stessa società ho preso anni fa una licenza per fare un certo numero di copie di un cd di Santana. Che non ho ancora pubblicato – commercialmente non proprio una mossa geniale, lo so – perché ho preferito dare la precedenza a diversi artisti di cui avevo lavori completamente nuovi. Il prossimo step, comunque, è acquisire non la licenza ma la proprietà di qualche master storico. Ho messo insieme negli ultimi anni un piccolo archivio di artisti che vanno dalle colonne sonore al jazz, al glam rock più estremo. Quasi per caso ho trovato alcuni pezzi inediti di un grandissimo come Lionel Hampton. Il materiale necessita di transfer in studio e spesso anche di restauro: stiamo parlando di nastri a bobina che possono avere anche 50-60 anni ed essere dei formati più disparati. Inoltre, non sempre quando acquisti un nastro acquisti anche i diritti su ciò che contiene (più spesso è vero il contrario…). Spero comunque di poter tirar fuori qualche sorpresa da questo ambito.

 

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The Beatles – “She Loves You / Twist and Shout (Live in Sotckholm 1963)”, cd singolo, 2014.
Grafica Nicola D’Agostino.

 

Come vedi il campo della musica in Italia e nel mondo?

-Dal punto di vista artistico, il fermento c’è e ci sarà sempre. Può essere più o meno evidente a seconda del momento storico e del contesto, ma c’è sempre chi sta facendo musica e pensando a qualcosa di nuovo (e magari lo sta realizzando in situazioni precarie e in qualche posto che non ti aspetti). Spero di poter continuare a catturare qualcosa di tutto ciò.

Se invece parliamo di industria, di mercato, vedo solo disastri. Una concentrazione terrificante di major che campano sul catalogo, le ristampe e sfornano spazzatura usa-e-getta (sono rimaste in 3: Universal, Sony e Warner, che non è più neanche legata alla Warner di cinema e tv). Fino a poco tempo fa il loro scopo era solo continuare a fare la centesima ristampa in cd o altro formato del solito disco dei Beatles o dei Pink Floyd mentre il “nuovo” è rappresentato dalla monnezza dei cosiddetti talent (?) show o nel migliore dei casi da qualche Youtuber. Adesso sembrano più che altro intente a capitalizzare ancora lo stesso catalogo ma nel Content ID di YouTube e simili (si notano i primi effetti nefasti su Facebook e Instagram: molte persone caricano filmati con musica e la stessa viene censurata invece che monetizzata…). Rimpiango le one-hit wonder del pop e della dance degli anni ’80: a parte che la gente ricorda i loro successi 30 anni dopo, dietro c’erano sempre autori e produttori con gli attributi. Tra loro, chi non è passato a miglior vita è rimasto disoccupato o è passato a fare tutt’altro, oppure continua ad esprimersi in piccole strutture indipendenti. E a questo proposito, per quanto riguarda gli indipendenti nostrani, che dire? L’anno scorso sono tornato al MEI di Faenza dopo una lunga assenza. MEI sta per Meeting delle Etichette Indipendenti. Di stand di etichette vere e proprie ne ho visti SEI compreso il mio. Io ero il più “anziano” in termini di attività. Poi c’era un grosso distributore musicale che produce anche, ma che aveva portato più libri che dischi. Che devo pensare? L’evento è un successo e continua a radunare gente, ci sono i concerti, gli incontri, i premi ecc. e ci tornerò quest’anno. Dal punto di vista “etichette” però è una debacle quasi totale: vent’anni fa le etichette occupavano un intero padiglione fieristico, non una manciata di gazebo o bancarelle. Personalmente – anche se negli ultimi 4-5 anni ho pubblicato molti artisti italiani e brani cantati in italiano – punto sempre a diffondere, se possibile, fuori dall’Italia.

 

Da sempre conosci l’underground e le sue diramazioni: quali sono i pregi e quali i difetti?

– Si dice che l’underground inteso come produttore o etichetta indipendente faccia a volte il lavoro di ricerca di talenti che un tempo era fatto dagli uffici A&R oggi spesso persino soppressi all’interno delle grandi strutture.

A livello sotterraneo, non saprei dirti come lavorano altri. Posso dirti come lavoro io: con un occhio al futuro e uno al passato. Dal punto di vista artistico, affiancando lavori nuovi e riproposte di materiale d’epoca inedito o poco noto (anche se in qualche caso ho ripubblicato anche cose già ampiamente note… dopotutto Kutmusic deve anche cercare di arrivare a fine mese).

E operando in questa dicotomia futuro/passato anche dal punto di vista discografico e commerciale: cercando di sfruttare tutti i canali possibili – produttivi, distributivi, promozionali – che i nostri tempi e la tecnologia ci offrono, e pensando a quali saranno quelli futuri. Senza dimenticare come si lavorava un tempo: costruendo un catalogo duraturo nel tempo, lavorando anche nel campo delle edizioni musicali, per poter continuare a diffondere la musica ben oltre la breve vita del prodotto-oggetto quale il cd o il vinile pubblicato. Sono contento in tal senso di aver avuto di recente alcuni piazzamenti televisivi di brani che rappresento, in produzioni in USA e Canada che vengono poi ritrasmesse in altri paesi come Gran Bretagna e Italia.

Se potessi scegliere di essere qualcun altro, vorrei essere un misto di Severo Lombardoni (editore e discografico della dance e house italiana; una volta fu anche arrestato negli USA per pirateria discografica… da precisare che quei prodotti erano perfettamente legali in Europa), Bill Drummond dei KLF (ex manager di gruppi musicali e artista delirante), Bernard Stollman (avvocato e discografico che fondò la ESP-Disk) e Aldo Sinesio (sulla sua Horo Records riuscì a produrre lavori originali di nomi come Sun Ra, Gil Evans e moltissimi altri). In sintesi: un misto tra un pazzo visionario e un pirata. Tre su quattro di questi nomi non sono più con noi; per cui come vedi, torna il discorso dell’occhio al passato.

 

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Frank Sinapsi (Francesco Cusa & Enrico Merlin), “That Voice from Space”, 2017 (cd/digitale). Copertina e illustrazioni di Mattia Franceschini, grafica di Nicola D’Agostino.
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Iggy Pop + David Bowie, “Cleveland ‘77”, LP in vinile “effetto splatter” (in corso di pubblicazione). Grafica Nicola D’Agostino.

 

 

I difetti dei musicisti “underground” sono altri. Ci sono quelli che pensano di stare facendo qualcosa di innovativo e grandioso, e invece l’unica cosa grandiosa è il loro ego. Ci sono altri che per primi non credono in quello che fanno. Si lamentano se il disco non vende, se non arrivano soldi dalla SIAE o dallo streaming e via dicendo. Vanno da Soundreef, pensando sia la soluzione a tutti i problemi (è un’iniziativa su cui ho dei dubbi: in altri paesi si vedono concentrazioni nel mondo della gestione collettiva del diritto d’autore, che è forse l’unico in cui i monopoli possono essere una cosa positiva; vedremo se il tempo mi sarà ragione).

E se le cose vanno male? E’ sicuramente colpa del discografico, o del mercato, dei gestori dei locali, del pubblico ignorante o della stampa malefica (esiste ancora una stampa musicale?) e via dicendo. Spesso invece è colpa del musicista stesso. Che appunto non crede in quello che fa e non ha alcuna visione neppure sul breve o medio periodo. E non ha mai comprato dischi con regolarità: se non li compra lui, perché mai qualcun altro dovrebbe farlo? E via dicendo.

Prima di essere linciato, devo però precisare che tali difetti li riscontro soprattutto negli artisti che finisco per non pubblicare.

 

Se ti dico musica elettronica?

-Mi inviti a nozze. 😀

E mi fai pensare che anche qui ho subito – a volte quasi involontariamente – un’evoluzione che mi ha portato a scoprire ed ascoltare (e in qualche caso pubblicare) di tutto. Ero partito da cose in fondo banali. Credevo con un PC casalingo avrei fatto due soldi producendo qualche pezzo dance di quelli che i dj negli anni ’80 e ’90 compravano il sabato pomeriggio in certi negozietti per poi testarli la sera stessa sulle piste dei loro locali (oggi spesso defunti anche questi…).

Invece ho scoperto che ci sono cose incredibili e sperimentali che apprezzo. Come dire: è un mondo che va dalla disco music a Stockhausen e ritorno, e ci sguazzo allegramente.

Pensa al sampling: una volta credevo che tutto avesse avuto inizio con “Pump up the volume” (la cui prima versione era fatta con manipolazione di dischi dal vivo, non con un sampler). Poco dopo, mi ero già reso conto che c’erano stati precursori che andavano da Grandmaster Flash agli Art of Noise a Paul Hardcastle, gente che aveva già fregato e rielaborato qualsiasi cosa, da loop di dischi commerciali a scarti di studio di registrazione degli Yes e frammenti di documentari tv. Poi è arrivata Internet e sono entrato in contatto con una serie di manipolatori e saccheggiatori di suono di diversi paesi. Con qualcuno ho contatti da una ventina d’anni a questa parte.

Allora ho cercato di capire chi fosse stato il primo a realizzare collage sonori anche prima dell’avvento del campionatore, con nastri e altre tecniche. Sono andato indietro fino al 1956 con “The Flying Saucer” di  Bill Buchanan & Dickie Goodman, che era un improponibile pastiche in cui i produttori dialogano con frammenti di dischi altrui. Ma ho appreso anche di Pierre Schaeffer e della musica concreta; di Edgard Varèse e dell’uso di suoni industriali dentro composizioni originali.

 

Il tipo che fa scratching sul palco mentre un rapper o un chitarrista si esibiscono non ha inventato nulla di nuovo, se pensi che forse il primo a usare un disco “fregato” fu Ottorino Respighi: che nel 1924 per la prima de “I Pini di Roma” in uno spartito indicava il punto in cui suonare con un grammofono un certo 78 giri con un canto di usignolo registrato da Karl Reich. Lo spartito riportava persino il numero di catalogo del disco da usare.

 

Gli Orb e l’Ispettore Coliandro: ti ricordano qualcosa?

Certo, ma sono due cose distanti quasi venti’anni l’una dall’altra! A fine anni ’90 partecipai a una compilation che si chiamava “Spherical: A Tribute to The Orb”. A qualcuno fece sorridere l’idea (“già si fanno i tributi agli Orb?”) ma era un omaggio al progetto di Alex Paterson da parte di un gruppo di artisti-fan che all’epoca si riunivano su una mailing list. Oggi magari in una situazione analoga ci sarebbe un gruppo Facebook… ad ogni modo il disco fu pubblicato negli USA, gli artisti erano principalmente americani tranne me (era ancora il periodo in cui facevo pezzi da solo come Dj Batman) e uno o due norvegesi. Il mio pezzo era quello di qualità peggiore: il master era una cassetta fatta in casa collegando una piastra Toshiba al PC 486 su cui avevo messo insieme il brano. Lavoravo sotto DOS con FastTracker II, un programma pionieristico che usavo in maniera decisamente peggiore di tanti altri. Non avevo né Windows 95 né un masterizzatore per cd-rom, sarebbero arrivati poco dopo. In quello stesso periodo e con lo stesso software facevo le basi per i Modra Stjerne, un trio basso-computer-violino che è esistito per un paio d’anni con l’ultimo concerto a fine 1998 (dannazione, è il 20° anche di quello). 😉

 

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(Frank Sinapsi)

 

 

Il cd singolo su Coliandro invece è una cosa decisamente dei nostri giorni: nasce da un’idea di Vincenzo De Sanctis degli Agua Calientes che è un grande fan del personaggio e del relativo serial. Dall’idea alla realizzazione sono però passati un paio d’anni perché volevamo campionare la voce dell’Ispettore creato da Carlo Lucarelli e volevamo farlo con il permesso dei titolari. Per cui la gran parte del tempo è andata alla ricerca di chi potesse concedere la relativa licenza e a negoziarne i termini. Alla fine abbiamo fatto qualcosa di non comune: un pezzo dub/trip-hop, con la post-produzione di Alberto Benati dei Ridillo, in cui l’Ispettore Coliandro si materializza con alcune delle sue frasi ad effetto, in mezzo a effetti sonori come spari, e interagisce con gli Agua Calientes.

Benati è un produttore e autore con cui gli Aguas hanno lavorato in più occasioni e con cui – insieme ad altri complici – ho formato un team dedicato a sonorità elettroniche retro chiamato Synthwave League).

 

Tra i tanti artisti pubblicati, quali preferisci?

E’ una domanda da non farsi. Hai presente quelle domande terribili che alcuni adulti fanno ai bambini? “A chi somigli di più?” o il terrificante “Vuoi più bene a mamma o papà?”. Ecco. Non posso rispondere a una domanda così, semplicemente perché non è possibile dare una risposta.

Mi è capitato di avere a che fare con qualche personaggio (pochissimi per fortuna) di cui qualche anno dopo ho pensato “ma chi me l’ha fatto fare a collaborare con lui/lei”, ma non rinnego nulla. Tutto quello che ho pubblicato, doveva essere pubblicato e meritava di esserlo. Mi spiace di avere limitate risorse economiche ed umane, le giornate di 24 ore invece che di 48, ed energie limitate.

Sono contento di essere riuscito, magari a fatica, a fare una serie di cose – dal primo pezzo-collage solista pubblicato su un cd allegato a una rivista inglese 23 anni fa (“The Mix” dell’agosto 1995; e il 23 è un numero con dei significati particolari…) fino a cose come il secondo album dei RADAR (uscito a 34 anni di distanza dal primo, che è un LP elettropop di culto). Non ho e non posso avere preferenze. Semmai mi spiace di avere ancora troppe cose nel cassetto (e di questo mi scuso con tutti coloro che le hanno realizzate e che me le hanno affidate) e di aver perso qualche occasione e la possibilità di pubblicare un lavoro o un intero catalogo. Mi è capitato anche questo.

LA VISIONE DELLE VISIONI. FRANCO SUMMA.

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