Sono nato con il dono di una voce d’oro

21/11/2019
by Luca Maruffa

Sono nato con il dono di una voce d’oro/
I was born with the gift of a golden voice

C’è un momento significativo nel “Live in London” dell’ottobre 2008: Leonard Cohen è dietro la sua pianola e sta cantando Tower of Song (probabilmente la più bella canzone mai scritta sul fatto di scrivere canzoni). Sotto il suo Borsalino, intona questo verso: “I was born like this/I had no choice/I was born with the gift of a golden voice”. Nel momento di pronunciare la parola “golden” chiude gli occhi: sa bene che il pubblico esploderà, sa bene che quel suo pubblico sente con lui. Così accade, del resto. Un visibilissimo fremito gli prende la schiena, lo si può quasi provare attraverso il video, per magica empatia. Quel momento non è la solita manifestazione di entusiasmo a un concerto rock, è qualcosa di più. Cohen è tornato su un palcoscenico dopo più di quindici anni, dopo averne passati diversi in un monastero buddista in California (Jikan era il suo nome da monaco, ovvero “il silenzio che sta tra due cose”) e aver scoperto che la sua manager lo aveva truffato, portandosi via quasi tutti i suoi risparmi (si legga “I’m Your Man”, la bellissima biografia di Sylvie Simmons sul cantautore di Montreal); nel 2008 si è rimesso in tour insieme ad un gruppo di musicisti incredibili, attirando l’attenzione di tutto l’ambiente musicale internazionale. Le sue performances non assomigliano in niente a quelle dei suoi coetanei: niente “fumi e raggi laser”, per citare un cantautore italiano, e nemmeno l’ombra di quel giovanilismo, di quella retorica del rock’n’roll che caratterizza le esibizioni di tanti veterani degli anni ’60 e ’70 che ancora calcano le scene. Del resto Leonard Cohen, nato a Montreal, scrittore e poeta ancor prima che cantautore e musicista, non è mai stato un “giovanilista”: arrivato al successo a più di trent’anni, dopo aver capito che con le sole poesie “non si pagano le bollette”, ha da subito cantato di Gesù come un marinaio (Suzanne), di iniziazioni, di tormenti amorosi imbevuti di riferimenti biblici. “Songs of Leonard Cohen”, “Songs from a Room” e “Songs of Love and Hate” uscirono tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, quando la retorica proposta dalle canzoni hippie, tutte “pace e amore”, raggiungeva la sua massima diffusione.

Quel 17 ottobre del 2008, a Londra, Cohen andò in scena mostrando al mondo lo stile e la scaletta che avrebbero caratterizzato tutti gli show del suo tour: più di venticinque canzoni, alcuni intensissimi momenti di recitazione, sprazzi di ironia e autoironia e un pugno di musicisti e coriste di livello tecnico e sensibilità impareggiabili. Uno di loro dirà, poi, di non aver mai suonato in una band così, in cui “everything fit”, tutto è al posto giusto. In molti hanno scritto, e posso confermarlo, che vedere Cohen ora come ora è qualcosa di più simile a un’esperienza religiosa che al concerto di una vecchia stella. Ringrazia il pubblico, si toglie il cappello, si inginocchia, fa trasparire una gentilezza e un’umiltà assolutamente privi di affettazione. Ti chiedi cosa sia stato a rendere una persona così profondamente umana e qualche risposta la trovi nelle canzoni.

Dance Me to End of Love” è una danza d’amore, di bellezza e salvezza: “Dance me to the children who are asking to be born/Dance me through the curtains that our kisses have outworn …” impreziosita da una voce ormai profondissima uscita dagli abissi di una “A thousend kisses deep”, recitata durante la serata in una versione alternativa, su un letto morbido di tastiere: “You came to me this morning/And you handled me like meat/You’d have to be a man to know/How good that feels how sweet”

Già, perché uno dei tratti di Cohen è sempre stata l’ironia: qualcosa che i critici degli anni ’70 non capirono mai, insistendo solo sui suoi tormenti interiori. La miopia degli addetti ai lavori, talvolta, sa essere nitidissima. Come non accorgersi dell’innato talento comico di chi, in “One of us cannot be wrong”, nel ’67, scriveva: “I showed my heart to the doctor. He said I’d just have to quit/Then he wrote himself a prescription, your name was mentioned in it”. Un certo Lou Reed, premiando Cohen in un’importante occasione, commentò che al suo amico sarebbe bastato scrivere quella frase. La comicità di Cohen scandisce il concerto londinese insieme alla sua preziosa gentilezza. Apro ora il suo ultimo volume di poesie “The Book of Longing” (a caso, lo giuro), e leggo: “You go your way/I’ll go your way too”: sono versi lapidari e formidabili. “There ain’t no cure for love”: perché non ci sarà cura per l’amore, del resto, ed è questo il titolo di un’altra delle canzoni eseguite a Londra. E’ una testimonianza di come in Cohen l’aspetto religioso o mistico sia sempre accompagnato dall’eros, dal desiderio incontenibile: “It’s written in the Scripture and it’s written here in blood/There ain’t no cure for Love”.

Mi è capitato, una sera, di assistere a un dibattito tra due persone. Parlavano della sua “Hallelujah”, ormai un inno che i cantanti stessi si tramandano di voce in voce. Uno diceva che la canzone si rivolgeva a Dio, l’altro che raccontava di una “scopata”. Non ho avuto modo di intervenire ma qualcuno avrebbe dovuto spiegare che il loro controbattersi era sterile e inutile. La componente mistica e quella carnale sono inscindibili e, del resto, lo sono sempre state: “And remember when I moved in you/The Holy dove was moving too/And every breath we drew was Hallelujah”. Hallelujah è solo uno degli esempi che confermano che l’esperienza umana è per sua natura unica e indivisibile nella sua essenza. Cohen ha saputo dargli forma sin dagli albori come pochissimi altri. “If it be your will” è un’altra delle sue immense preghiere. In un’intervista gli domandarono se ci fosse stata una canzone che avrebbe voluto scrivere durante la sua vita: rispose “If it be your will, e l’ho scritta”. A Londra, e per tutto quel tour, venne da lui introdotta e affidata alla voce, all’arpa e alla chitarra delle Webb Sisters, sue coriste, per una versione soave e indimenticabile: “If it be your will /If there is a choice/Let the rivers fill /Let the hills rejoice/Let your mercy spill/On all these burning hearts in hell /If it be your will/To make us well”. Anche Antony ne registrò una versione incantevole. In effetti sono moltissime le versioni alternative delle composizioni di Cohen, riportate alla luce anche da artisti del panorama più “pop”: per ultima una “Chelsea Hotel n.2” reinterpretata da Lana Del Ray. Il pezzo fu scritto ricordando la breve liasòn con Janis Joplin: “I remember you well in the Chelsea Hotel/You were talking so brave and so sweet/Giving me head on the unmade bed/while the limousines wait in the street”. Ho spesso sentito dire che Cohen è più “poeta” e “scrittore” che musicista. Certamente le sue parole hanno un’importanza innegabile. Ma lui stesso ha detto: “…So the music dissolves in the lyric and the lyric dissolves in the music”: come sempre gli elementi sono inscindibili e la prova del suo innato genio compositivo sta proprio nella stima che i suoi colleghi hanno per lui e nelle migliaia di volte che una sua canzone è stata riportata in vita, risuonata e interpretata nuovamente. Le sue melodie non si esauriscono mai. Pensiamo all’Hallelujah di Jeff Buckley: una versione bellissima, una vera gemma. Buckley non avrebbe saputo scrivere un testo di quella portata, ma non avrebbe mai nemmeno raggiunto un’armonia musicale così semplice ed eterna. Per magia vi ha riversato tutto se stesso, tutto il suo immenso talento. Cohen stesso confidò a Bob Dylan di aver impiegato due anni per terminarne la stesura, salvo aver ammesso più tardi, candidamente,di aver barato: ci aveva messo molto di più. Questo lato di Cohen è peculiare: molte delle sue canzoni, ma anche molte sue poesie, sono state scritte in anni e anni: riviste, abbandonate, riprese, scartate e riscritte di nuovo. Ciò che sentiamo è il frutto di un tempo dilatato e distillato. E’ il frutto del silenzio.

Il “Live in London”, che abbiamo preso come filo conduttore, esalta infatti la trasformazione delle sue canzoni in qualcosa di inedito e di compiuto: “The Gipsy Wife”, probabilmente il momento più alto dello show, trova in un letto di arrangiamenti in dissolvenza una versione di se stessa non stravolta ma prima impensabile.

Sono la donna, il desiderio, la perdita e l’amore i cardini imprescindibili di una poetica che trova, distillati in canzoni, esempi memorabili di se stessa: “…Tho’ all the maps of blood and flesh/Are posted on the door,/There’s no one who has told us yet/What Boogie Street is for” (da “Boogie Street”). Ma, come abbiamo visto che una preghiera in Cohen non è mai solo una preghiera, allora dobbiamo riconoscere che una canzone d’amore non sarà mai solo una canzone d’amore. E’ così che “Closing Time”, pezzo malinconico e incalzante nell’incedere, invita quasi a danzare: “Ah we’re lonely, we’re romantic /and the cider’s laced with acid /and the Holy Spirit’s crying, “Where’s the beef?” o che “Take this Waltz”, traduzione di una poesia di Garcia Lorca (grande amore di Cohen), diventa in un attimo scintilla di bellezza europea, di calda e vagheggiata voglia di vivere pur nella sua oscurità: “There’s a concert hall in Vienna/Where your mouth had a thousand reviews/There’s a bar where the boys have stopped talking/They’ve been sentenced to death by the blues…”. La resa definitiva nei confronti dell’innamoramento, la dedica amorosa cristallina per la donna ci viene servita con la chiusura di “I tried to leave you”, in cui Cohen e la sue band giocano con il pubblico in un’ideale dedica a chi fin qui lo ha seguito e amato: “The bed is kind of narrow, but my arms are open wide/And here’s a man still working for your smile”. L’iconica “I’m your man” che, se fossi una donna vorrei mi dedicassero almeno una volta nella vita, è anche questo: “If you want another kind of love/I’ll wear a mask for you”.

Come una preghiera non è mai solo una preghiera e una canzone d’amore non è mai solo una canzone d’amore, così un pezzo lucido sul presente non sarà mai una banale canzone di protesta. In Cohen non c’è spazio per invettive dirette o per semplicistiche accuse: in lui prevalgono la pazienza, l’acume e la visione. Le staffilate e i sogni sul futuro non mancano: “The Future” ne è esempio lampante: “There’ll be the breaking of the ancient western code/Your private life will suddenly explode/There’ll be phantoms/There’ll be fires on the road/and the white man dancing…”, così come la allucinata e lucida al contempo “Democracy”: “It’s coming through a crack in the wall/on a visionary flood of alcohol/from the staggering account/of the Sermon on the Mount/which I don’t pretend to understand at all/It’s coming from the silence/on the dock of the bay,/from the brave, the bold, the battered/heart of Chevrolet:/Democracy is coming to the U.S.A.”.

Cohen è anche Ebreo e attinge dalle sue radici senza farne mistero: “I’m the little Jew who wrote the Bible”, canta ancora in “The Future”; nel suo “Il Libro della Misericordia” (in Italia edito da Minimum Fax) scritto durante gli anni ’80, dà una lettura profetica e fluida di Israele come simbolo della desolazione dell’umanità: “Israele, e voi che chiamate voi stessi Israele, la Chiesa che chiama se stessa Israele, e la rivolta che chiama se stessa Israele, e ogni nazione scelta per essere nazione (…) Chi lo dirà? L’America saprà dire: L’abbiamo rubata, la Francia saprà rinunciarvi?Saprà confessare la Russia, saprà dire la Polonia: abbiamo peccato? (…) Perciò governate sul caos, issate le vostre bandiere senza autorità, e il cuore ancora vivo vi odia, e ciò che resta della Misericordia prova vergogna nel guardarvi …”. In una retorica sempre più banale e in una dialettica ormai inesistente e fatta di reciproche bandiere, una lettura storica e trascendente di questa portata rappresenta, forse, un vero unicum.

Non ha fatto altro che muoversi come un pendolo, Leonard Cohen, oscillando e oscillando tra la solitudine del desiderio e l’aspirazione alla trascendenza: lo spirito si incarna nella carne e la carne è sempre luce nella vita di quest’ebreo errante (“…Most of you was naked/Ah, but some of you was light…” da “Waiting for the miracle“). Gli è successo per un’intera esistenza: questa dicotomia è stata salvezza o ferita da rimarginare. Le ha sempre raccontate con la sua voce calma e, da un certo momento in poi, profondissima, sensuale e rauca. La sua voce d’oro. Non ha mai offerto una ricetta per vivere, Leonard Cohen, e in definitiva è soprattutto questa la sua grandezza. Sarebbe stato facile, per chi è vissuto per buona parte degli anni ’90 in un monastero buddista, con il suo maestro Roshi, porsi come illuminato, pacificato nei confronti di se stesso, il tempo e il mondo. Non è stata questa, tuttavia, l’idea che ha avuto e ha di sé; in lui e nella sua opera non c’è nulla di scontato o consolatorio. Non vi troverete mai la violenza della semplificazione e nemmeno l’urgenza della complessità a ogni costo. Cohen non appartiene al linguaggio di quest’epoca, non sa esprimersi per slogan: in lui dimorano il dubbio e il mistero.

Dopo il suo ritorno nel 2008, dopo il suo tour, ha inciso “Old Ideas”. Era il 2011 e in “Going Home” ci ha detto di voler imparare a scrivere una canzone d’amore, un manuale per vivere nella sconfitta. I temi sono gli stessi, ma c’è ancora più consapevolezza nella sua voce caldissima, accompagnata da arrangiamenti essenziali che porterà nel mondo con un altro tour. C’è un’accettazione reale e una gioiosa consapevolezza nel fare quello che fa e nel continuare a farlo.

La verità è che Leonard Cohen è come le migliori bottiglie di vino rosso: hanno in loro, sin da subito, tutti gli elementi che le rendono uniche ma con il tempo migliorano. Partendo da loro stesse diventano, in uno strano e singolare divenire, loro stesse nuovamente, pur mutando sempre. E’ così: lui stesso è divenuto la propria opera d’arte, e lo ha fatto tramite tutte le proprie esperienze, le proprie delusioni e le proprie miserie, arrivando ad accettarle come parte dell’esistenza ed evitando sempre di ergersi a maestro di qualcuno. Non c’è una verità da dare in pasto ai più giovani: solamente, ancora una volta, un farsi strumento per accogliere la bellezza, accettandone l’oscurità insieme agli istanti di luce.

Leonard Cohen, mentre scrivo, ha da poco compiuto ottant’anni. Per l’occasione ha pubblicato “Popular Problems”, in cui avvisa: “It’s not because I’m old/It’s not the life I led/I always liked it slow/That’s what my momma said”. Lento, lento come matura un vino, senza fretta. Quest’ultimo disco è l’ennesima gemma di una carriera, ed è un lavoro in cui dà molto spazio al suo sguardo sul mondo, con l’amarezza e l’ironia che lo contraddistinguono: “I have to die a little/Between each murderous thought/And when I’m finished thinking/I have to die a lot/There’s torture and there’s killing/And there’s all my bad reviews/The war, the children missing/Lord, it’s almost like the blues”, canta nel singolo “Almost like the blues”, per rifarsi poi a eventi che lo hanno colpito particolarmente, come l’11 settembre di “A street”: “There may be wine and roses/And magnums of champagne/But we’ll never no we’ll never/Ever be that drunk again”. Asciutto e deciso, Cohen è un crooner pronto a calarsi nella realtà con precisione di cecchino.

Chissà cosa vuol dire, per lui, poter cantare ancora “I was born with the gift of a golden voice”. Non sembra proprio voler smettere, e chissà che non passi un altro decennio nel farlo. Cohen è per ora un grande concentrato di esperienza artistica e, prima ancora di questo, di esperienza umana, di umiltà e accettazione del mistero che siamo e in cui siamo avvolti. E’ soprattutto un concentrato di silenzio di espressività disarmante.

Molto, molto tempo fa, scrisse:

“I am almost 90

Everyone I know has died off

except Leonard

He can still be seen

Hobbling with his love”.

Io me lo auguro, Leonard, con tutto l’amore che ho.

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