RELAZIONI ASSOLUTE

1 Giugno 2018
by Sonia Arata

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©Francesco Candeloro – Venezia

Nel corso del cammino artistico di Francesco Candeloro abbiamo visto utilizzare diversi materiali e modalità espressive per opere a parete, sculture e installazioni: dall’impiego del plexiglass tagliato a laser, delle luci al neon sagomate, della carta insieme all’acetato, fino alla pittura ed alla fotografia, che a partire da un certo momento è entrata a far parte della sua ricerca.

Da quando hai iniziato ad utilizzare il medium fotografico e quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad esplorarlo? Qual’è per te la peculiarità di questo mezzo, quali sono le potenzialità che ti offre rispetto a quelle di altre tecniche che utilizzi?

  • In principio la fotografia è stata per me un modo per archiviare appunti, frammenti di vita quotidiana e promemoria di viaggio. Se in un momento iniziale è stato il disegno il punto di partenza del mio fare, con istintivi ritratti realizzati durante percorsi in autobus, qualche anno dopo, parallelamente, è arrivata la fotografia, sempre per ritrarre persone in autobus, treni e altri luoghi pubblici… Queste foto sono diventate parte dei miei primi lavori in plexiglas, “scatole” su cui l’immagine, resa monocroma e sgranata, veniva stampata; era il 1998 e da allora la fotografia è entrata a far parte del mio lavoro.
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©Francesco Candeloro – Amsterdam

 

In varie occasioni espositive hai presentato vari scatti; “LIGHT LANDSCAPES”, la prima mostra personale dedicata unicamente alla tua produzione fotografica, è stata presentata quest’anno (ndr 2018) ad Amsterdam alla Red Stamp Art Gallery e si è focalizzata sul tema del paesaggio, che appare protagonista di una corposa serie di immagini iniziata a partire dal 2007.

Perché la scelta di questo tema? Da dove scaturisce la predilezione per le vedute naturali o urbane, notturne, dove la figura umana è pressoché assente e dove la riconoscibilità del luogo pare non essere un dato primario?

  • In tutte le modalità del mio lavoro, dalle opere in plexiglas alle installazioni di carta e acetato, dalla pittura ai neon ed anche nella fotografia, sono sempre stati presenti l’uomo e i suoi luoghi, dai paesaggi naturali alle città. Dopo diversi anni la fotografia, da semplice annotazione, ha cominciato a prendere una forma anche come opera a sé stante: nella mostra di Amsterdam ho iniziato a definire un suo sviluppo. Le opere esposte, della serie “I Tempi della Luce”, sono tutti scatti notturni dove la luce naturale della luna o quella artificiale presente sui luoghi stessi va a definire l’immagine insieme al tempo, elemento fondamentale per l’elaborazione di questi lavori. La presenza della persona, più che per mezzo dell’apparenza fisica, è leggibile tramite il segno lasciato dall’uomo col suo fare. I paesaggi diventano luoghi di un vissuto comune.
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©Francesco Candeloro – Amman

 

In alcune opere ti sei servito della fotografia come mezzo complementare, per esempio per realizzare le sagome degli “skyline” della serie dei “Doppi specchianti”, le vedute su plexiglass della serie “Città delle città”, i ritratti cubici della serie “Occhi” e alcune opere “Libro”. Vuoi parlarci di questo altro risvolto dell’ impiego del mezzo fotografico?

Come accennavo prima, ci sono varie modalità in cui utilizzo questo mezzo, solo da alcuni anni la fotografia è diventata per me anche opera fotografica. Nella maggior parte dei casi impiego questo medium come un elemento che costituisce una parte nella composizione dell’opera. Per i “Doppi specchianti” sono gli appunti, che raccolgo in viaggio, di frammenti di skyline di città, che creano poi nuove forme: segni fatti di colori, ombre e luci nelle lastre di plexiglas tagliate al laser, come avviene anche nella serie “Città delle Città”, dove la parte fotografica è più evidente. In questo secondo caso l’immagine scattata viene stampata su una delle due lastre che compone l’opera, mentre nell’altra viene ritagliata a laser, in una certa sequenza, una silhouette tratta dall’immagine stessa: in entrambi i casi gli scatti si trasformano in ritratti di città!

Nella serie degli “Occhi” si tratta invece, nella maggior parte dei casi, di un volto che va a moltiplicarsi sulle facce di un cubo in plexiglas, unendosi visivamente con la parte pittorica contenuta all’interno della scatola, costituita da sagome, “occhi” appunto, in poliuretano.

Anche in alcune opere “Libro” è presente la fotografia, come ad esempio in “Occhi su Lesmo” e “Occhi dalla casa”: le immagini scattate vengono stampate su parte degli acetati che compongono l’installazione; un’altra parte è disegnata da tratti a pennarello, (che creano una sorta di “danza del corpo” e allo stesso tempo una scrittura), sovrapposti a a sagome ritagliate sulla carta colorata. Nel caso di queste due opere le foto costituiscono un frammento del racconto del quotidiano.

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©Francesco Candeloro – Bangkok

Nella contemporaneità viviamo immersi in un costante e rapido flusso di informazioni: i mezzi digitali e il web stanno moltiplicando la nostra esposizione quotidiana a stimoli visivi

di ogni tipo e natura. Come ti poni rispetto a questa situazione e come ritieni che essa condizioni la percezione personale del mondo e la lettura delle immagini? Come può una singola immagine avere ancora la forza di polarizzare l’attenzione, fare la differenza in questo immenso mare mediatico?

  • Ci sono immagini e immagini. Alcune colpiscono a livello emotivo per la violenza e l’intensità dell’impatto e altre penetrano nel profondo con la loro semplicità. Siamo fatti di infinite sensibilità.

 

Paesaggi silenziosi che sembrano invitare lo spettatore a fermarsi e a contemplare, facendosi attirare al loro interno…Che importanza ha il dialogo emozionale con il fruitore?

  • Il dialogo con l’altro è parte del mio fare emotivo; a volte l’opera ti lascia aperte delle domande e altre volte ti fornisce delle risposte…dipende dalle sensibilità che incontra.

Questo è fondamentale per far vivere l’opera.

Adriano Valerio, MON AMOUR MON AMI

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