LA VISIONE DELLE VISIONI. FRANCO SUMMA.

6 Settembre 2018
by Fernando Miglietta

“Chi sa che a suggerire l’idea di questo strano libro senza parole non abbiano in piccola parte concorso certi antichi corsi universitari, che Franco Summa seguiva con impegno ed in cui si parlava della relazione, che forse è addirittura identità, di arte e città.

Come l’arte, la città è, per chi ci vive, memoria e fantasia, esperienza del passato e prefigurazione del futuro. Ho poi seguito con simpatia il percorso di Summa, come artista e come docente: due vocazioni che, in definitiva, combaciano. La città è stata sempre oggetto e obiettivo del suo lavoro: questo libro d’immagini è la conclusione di una lunga ricerca, spesso anche sperimentale. La ricerca dimostrativa di Summa mira a descrivere senza apparente commento la dinamica associativa della mente urbana: è questo il suo carattere. Ma è anche tempestivo, questo libro. Come istituto, la società è in crisi, e la crisi è dovuta a una sorta di blocco dell’immaginazione, a causa del quale i cittadini si sentono estranei o “alienati” da quello che dovrebbe essere Io spazio vitale della loro esistenza. La crisi della città sarebbe mortale per la civiltà occidentale. La città immaginaria e immaginata di Summa è memore dell’origine medievale, consapevole della natura storica della città. E chi può avere paura di un revival del medioevo quando ci minaccia una ricaduta nella preistoria?”

Giulio Carlo Argan introduzione a La Città della Memoria Edizione Mazzotta Milano 1986

 

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Franco Summa, TO LOVE

Caratterizza il suo impegno artistico soprattutto l’attenzione per l’ambiente inteso nella totalità dei suoi significati. Come e quando è giunto a fare questa scelta?

 

Già “Luogo di Relazioni”, un’opera “abitabile” del 1965, contiene in nuce i principi del mio fare arte ambientale urbana in cui sono aspetti essenziali: la partecipazione, la presa di coscienza ambientale, la ricerca della bellezza, la possibilità di intervenire con scelte urbane responsabili.

 

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Pierre Restany, Franco Summa, Enrico Crispolti, ‘Sentirsi l’arcobaleno addosso’ 1975-1978

Pierre Restany la definisce “Il Cittadino dell’Arcobaleno”. In effetti nelle sue opere è ricorrente l’uso del colore. Quali le ragioni?

 

Le mie opere hanno sempre una dimensione di pensiero, talora di complessa concettualità con riferimenti alla filosofia, alla letteratura, ai miti classici. L’uso del colore, con le sue possibilità psicosensoriali, favorisce un primo essenziale contatto con l’opera.

Intorno ai primi anni settanta avevo messo a punto un “arcobaleno” in cui non utilizzavo i canonici sette colori dell’iride, bensì dodici colori composti in doppia serie secondo una composizione visivamente e simbolicamente significativi; non un arcobaleno “naturale”, quindi, bensì “culturale”. Inserito nel 1975 sui ventiquattro gradini della ex chiesa di Sant’Agostino a Città Sant’Angelo, trasfigurava con il suo “segno” la dimensione ambientale dell’intero paese.

 

Sempre nel 1975 lei avvia il progetto “Sentirsi un Arcobaleno Addosso” coinvolgendo molti protagonisti della scena soprattutto milanese, ma anche romana dell’arte, della critica, del design. In che consisteva e come si attuava questa operazione?

 

È un’opera in cui il tema centrale è il rapporto di sé con l’altro da sé. Ho tessuto ventiquattro magliette con la stessa composizione cromatica della scalinata e le ho donate a ventiquattro personaggi, affinché indossandole colorassero, nei loro percorsi urbani, gli ambienti della vita.

 

Lei è stato invitato alle Biennale di Venezia nel 1976, nel 1978, nel 2011 come si sono configurate queste presenze?

 

Quella del ’76 curata da Enrico Crispolti presentava una rassegna di artisti e gruppi di artisti che operavano nel sociale urbano intitolata “Ambiente come Sociale”; vi ero presente con immagini e reperti documentativi dei miei interventi artistici ambientali. Ero anche presente nello spazio delle performances dove ho realizzato “Silenzio Rosa”, un’opera in cui la riflessione sul “silenzio” duchampiano avviato da Michelangelo Pistoletto e Vettor Pisani, veniva rielaborato, con il mio contributo, assumendo la pittura come linguaggio.

Nella Biennale del ’78 ho realizzato tre opere: “Catarsi”, “Metempsicosi” e “Nesso”, la prima all’esterno sul viale dei Giardini, le altre due all’interno del padiglione centrale dove avevo una mia “stanza” personale; ciascuna faceva riferimento ad aspetti del mito, alla filosofia.

L’opera “Catarsi”, collocata sul viale dei Giardini, costituiva un portale di accesso alla mostra nel padiglione centrale. Otto lettere, in metallo scatolare, componevano la scritta “SUMMA ARS, che indicava un passaggio significativo alla “Grande Arte”.

Nella Biennale del 2011 ho presentato “Magnus ab Integro Saeclorum Nascitur Ordo” accostando nell’opera due lingue universali: la latina della antichità, la inglese della contemporaneità.

 

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Franco Summa, CANTO 3, 2018

 

Più che artista nell’accezione comune, lei mi sembra un artista dell’architettura, ossia un tecnico delle emozioni per gli spazi abitati, uno studioso di quell’aspetto antropologico che dal secondo dopoguerra è venuto a mancare nella costruzione delle nostre città. La sua ricerca operativa tende ancora in questa direzione?

 

Carattere fondamentale dell’uomo è quello di dare forma e senso ai luoghi in cui vive, trasformarli in “ambienti”, oltre che funzionali, accoglienti, significativi, belli; ambienti che rivelano una filosofia, una concezione e un progetto di vita. Sin dalla più lontana preistoria, nelle grotte in cui si ricoverava, l’uomo ha lasciato segni d’arte. Opere che trasfiguravano spazi naturali in “abitazioni”.

La città “storica” è il risultato di una costante volontà di definire artisticamente i luoghi della vita. La città “moderna” se ne è allontanata. L’arte si è chiusa nei luoghi deputati. Le “etichette” “public art”, “specific site”, “street art” sembrerebbero proporre, oggi, una svolta opportuna. Ma già la lingua in cui sono formulate rivelano qualcosaltro. In Italia l’arte è stata sempre “pubblica”, le sue realizzazioni sempre pensate e realizzate per “specifiche” destinazioni ambientali. Le città storiche italiane non hanno bisogno di alcuna “arte di strada”, perché le strade e le piazze sono definite scenograficamente da architetture che, opere d’arte in sé, nell’insieme contribuiscono a configurare la città come opera d’arte. Il grande favore che, attualmente, sta ottenendo la street art è preoccupante in quanto forma d’arte sostanzialmente indifferente alle valenze significative del contesto ambientale. Così come lo era ed è il graffitismo da cui discende. Il graffitismo copre tutto, è la negazione dell’architettura e della città.

È invece opportuno che l’arte riassuma un suo positivo e fondamentale ruolo nella costruzione e ridefinizione della città con forme, simboli, segni, percorsi, prospettive inseriti armonicamente nel contesto ambientale, sociale, culturale, memoriale, storico, artistico. Un impegno di “progetto” cui è chiamato a concorrere ogni forma d’arte. Ridefinire qualitativamente la città è compito, infatti, non dell’Architettura bensì dell'”Artitettura” che è, appunto, la disciplina che ho praticato e continuo a praticare.

 

Se si nasce con la necessità di scrivere.

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