Joseph Beuys. Il tamburo dello sciamano

1 giugno 2021
by Dunia Elfarouk

Joseph Beuys si presenta indubbiamente come l’emblema di una delle le menti più rivoluzionarie della Modernità, quasi da essere definibile outsider per significati e peculiarissima differenziazione estetica.
La sua poetica ha tracciato tematiche di una pregnanza attuale e trasversale: l’antropologia, le scienze sociali, la comune convivenza tra i popoli, il sacro e il profano.

©Joseph Beuys & Nam June Paik, In memoriam George Maciunas 1982, Edizioni Renè Block Gallery, Berlino

Bizzarra e plurisfaccettata fu primariamente la sua esistenza. Durante la Seconda Guerra Mondiale è pilota dell’aviazione tedesca. Ed è proprio nel cuore di un’operazione militare in Russia che il suo aereo viene abbattuto.


©Joseph Beuys, L’invincibile 1979, Edizioni Free International University

Joseph riporta gravissime ferite: viene salvato da gitani di origine tartara che, con antichi medicamenti e ritualità sciamane, lo riportano ad uno stato di completa guarigione. Questa sorta di misteriosa ambivalenza tra la conoscenza nomade e sciamana e la conoscenza della realtà più cruda tra quelle possibili, ovverosia il contesto bellico, diverrà imprescindibile irrinunciabile file rouge della sua opera artistica e performativa, quale pratica che va ben oltre la razionalità umana che ha l’ambiziosa finalità di salvarne, infine, le difficili sorti.

Ebbene, per festeggiare il centenario della nascita di Beuys, la Casa del Mantegna di Mantova, a partire dal 19 giugno, con inaugurazione il 18 del medesimo mese, ospita una mostra in cui il grande artista, che ci ha lasciato nel gennaio del 1986, riprende vita e corpo e parola nelle sue forme e figure più caratteristiche.


©Joseph Beuys, Postkarten 1968-1986, Edizioni Staeck, Heidelberg

Professor D’Avossa, Lei lo conosciuto bene in vita. Le chiedo: come si porrebbe Beuys dinanzi alla contemporaneità dilaniata dalle pandemie e dalle guerre?
Difficile sostituirsi al pensiero del grande Maestro, ma posso dirle che egli è sempre stato fautore della coesione e dell’unione che fanno la forza. Della democratizzazione.

Qual è l’opera che lui stesso ha ritenuto più emblematica del suo percorso?
Lo dice lui stesso: l’insegnamento. Egli ritiene che l’attività pedagogica sia sopra ogni cosa la forma più alta e nobile di creazione, tale da non poter essere paragonata a nessun altro opera d’arte.

Si denota che la mostra mantovana è molto eterogenea in termini di opere esposte. C’è un motivo particolare?
C’è: perché deve essere, l’insieme di queste creazioni del grande Beuys, un nuovo rinascimento. La proposta di una vera e propria rinascita culturale, artistica, sociale, antropologica. Non a casa è stata selezionata questa peculiare location.


©Joseph Beuys, Difesa della Natura, Pescara, 1984, Edizioni Lucrezia De Domizio, Bolognano

Come è noto, la sua arte, caratterizzata da una sorta di gioco mistico che attraversa ogni profilo delle arti figurative e scultoree -se non addirittura una forma re-inventata di design vero e proprio -, ha un primato rispetto a tutti gli altri artisti contemporanei: la stessa esperienza estetica è movimento dell’Anima e spinta alla conoscenza di attimi di Verità mistica.
Egli, invero, non ha mai scisso arte e magia, nemmeno arte e realtà, bensì, nel suo processo interpretativo dell’Invisibile, ha sempre lasciato socchiusa una porta tra opera del mondo e opera dell’Universo estraneo ai cinque sensi.
Il personale Pantheon dell’arte di Beuys, così ricreato nella sede mantovana, ci offre una misteriosa presenzialità atemporale che, a sua volta, richiama echi di mondi lontanissimi: una complessa fascinosa antologia la cui chiave di lettura è interiorizzare il mistero per farne presa di fede e coscienza. Dalla coscienza mistica proviene il cambiamento: la comunicazione tra le diversità, la comprensione degli avvenimenti storici. Persino la Pace.


©Joseph Beuys, Kunst=Kapital 1980, Edizioni Factotum Art, Verona


©Joseph Beuys, La rivoluzione siamo noi, Napoli, 13 novembre 1971, Edizioni Lucio Amelio, Napoli

Immagini:
Thanks to Ester d’Avossa

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