Intervista a Gianmarco Tognazzi

Novembre 2013
by Christina Magnanelli Weitensfelder

In occasione della Biennale del Gusto, abbiamo incontrato una vera Icona del mitico ‘Italian Job’, come si dice a NY, Gianmarco Tognazzi,e, non potevamo non intervistarlo, in quanto rappresentante di storia, gusto e creatività del Made in Italy.

Tu rappresenti il massimo connubio italiano tra due delle nostre eccellenze, arte e cultura. È stato fatto qualcosa in Italia per esaltare queste nostre peculiarità?
«La cultura, nel nostro paese, non viene considerata economicamente rilevante. È profondamente sbagliato ignorare i vantaggi che potrebbe portare in termini di posti di lavoro, non tanto per gli artisti ma per l’indotto. Il Cinema, per esempio, ha bisogno di tecnici e operai specializzati. Questo vale per tutti i settori artistici e culturali. Il prodotto enogastronomico, godendo della fama del made in Italy, può uscire dai confini. La cultura ha bisogno di essere invece resa fruibile lì dov’è. L’enogastronomia è gestita come un business mentre la cultura no. Ecco, credo sia questa la differenza sostanziale».


Images under copyright – ©GianmarcoTognazzi

Stranamente è venuto a mancare l’approccio tecnico ed economico alla cultura.
«A fine anni Sessanta il Cinema era la seconda industria in Italia, dopo quella delle automobili. Tutte le branche della cultura sarebbero in realtà potute diventare delle industrie. Il problema è che il comparto politico-economico le ha invece trascurate. Tutto andava in qualche modo requisito, ristrutturato e ripensato per creare un settore culturale con una sua industrializzazione».

È questa la chiave per il futuro?
«Data l’esperienza di famiglia, penso che se tutti gli altri settori fossero stati allineati a quello cinematografico, protetti e gestiti anche sul piano industriale, probabilmente avremmo tanti posti di lavoro, e ritorni economici. Mi sembra un dato di fatto oggettivo».

Comunque in Italia c’è un po’ il sentore di una riorganizzazione dal basso.
«Quella c’è sempre stata. Il patrimonio culturale continua ad avere attenzioni, però un conto è parlarne in maniera individuale e un conto è considerarlo come un punto di forza dell’economia. Se parlo io si pensa al Cinema, ma i siti archeologici e i beni culturali rappresentano gran parte della nostra ricchezza. Il made in Italy dovrebbe veicolare il turismo, perché è evidente che non puoi esportare il Colosseo, devono venire a visitarlo. La cultura non dovrebbe essere un fiore all’occhiello abbandonato lì ad appassire. Serve una strategia imprenditoriale ed economica, ma questo riguarda la gestione del paese. È un discorso che non dovrei fare io, perché non sono un politico. Ci vuole la volontà di farlo, invece non ci si è mai posti il problema, mi sembra. Pensare alla cultura come una parte fondamentale per la ristrutturazione economica. Perché questo non si faccia a me sfugge».

Diciamo che la politica non considera la cultura come risorsa economica.
«Ho avuto la fortuna di vivere a metà tra arte e terra, per cui ho suddiviso il mio impegno tra tutti e due. Volevo rendere omaggio a mio padre, per farlo conoscere alle nuove generazioni. Se davanti ad un liceo nomini Ugo Tognazzi la maggior parte dei ragazzi non ricorda chi è, o non sa chi sia. Allora ho pensato di ripartire da una sua grande passione, che gode di grande popolarità, un settore in cui aveva visto molto lontano, con grande anticipo. Ho ripristinato i suoi vini e il suo olio, sperando che i giovani possano, attraverso il cibo, riscoprire il grande artista. Immagino uno che beve il suo vino, l’Antani o il Tapioco, e dice: “Ma lo sai che Tognazzi…” e magari da quel condividere un esperienza enogastronomica, un ragazzo scopre che era anche quello di Amici miei. Mio padre è stato un precursore, ed è stato probabilmente l’artista di fama internazionale che ha investito di più nell’enogastronomia. Capiva il valore della cultura e dello stare insieme, del mangiare, del benessere. Ugo si è impegnato in maniera maniacale, su tutti e due i fronti, ed ora queste due realtà comunicano tra loro perfettamente. Il merito è solo ed unicamente suo. Io adesso devo soltanto cercare di fare in modo che quello che presento sia in linea con la sua filosofia».

Quindi, effettivamente, arte, cultura e cibo sono molto affini. È una questione di condivisione?
«Se così tanto si parla di commistione tra cultura e cibo, è perché in qualche modo delle loro affinità elettive ce l’hanno. Questo condividere, questo stare insieme, fa parte di due eccellenze del nostro paese, arte e cibo, di cui Ugo è stato leader e anticipatore. Questo lo rende in qualche modo unico e ammirato, non solo da parte mia».

Parlaci dell’esperienza dell’azienda di famiglia, La Tognazza, che partecipa alla Biennale del Gusto di Venezia. Mi sembra evidente che un sistema veicola l’altro.
«La Tognazza, è il nome che Ugo ha scelto, non la poteva chiamare “la Tognazzi”, no? Un’azienda agricola atipica, per sé stesso e per gli amici che ospitava. Voleva avere nel posto in cui aveva scelto di vivere, Velletri, ciò che gli serviva per cucinare le sue ricette, da sperimentare e condividere con gli amici. Non c’era la visione commerciale. Quando sono tornato a vivere qui, ho deciso di omaggiarlo rifacendo il vino e l’olio che faceva e a cui teneva tantissimo. È stato il suo pubblico che ci ha spinto a strutturare questa cosa in maniera diversa. In due anni ci siamo ritrovati ad avere richieste dall’Italia e dal resto del mondo. Il vino che faceva Ugo è stato rifatto nelle sue vigne, esattamente come le ha impiantate lui, nello stesso posto dove tutto questo è nato e di cui lui era molto orgoglioso. La ristrutturazione della Tognazza, di questa azienda agricola a conduzione familiare, l’ho presa in mano io perché vivo qui, non ci vivono Thomas, Ricky o Maria Sole. La gestione è impegnativa e onerosa, sotto certi punti di vista. Non vogliamo fare concorrenza alle grandi case vinicole o ai grandi frantoi; facciamo le cose come piacevano a mio padre, e selezioniamo prodotti di piccole realtà locali, soprattutto nella zona di Velletri e della Ciociaria, che applicano la stessa attenzione e passione. Scegliamo solo chi non ha un alter-ego, o chi è un alter-Ugo».

Possiamo dire che Ugo Tognazzi ha avuto un po’ la visione dell’economia etica?
«Un’azienda non può essere fatta con due vini e un olio. L’idea mi è venuta pensando a mio padre che si faceva portare le cose dal pastificio, dal consorzio, dal salumificio, dal caseificio. Sono andato a cercarli per dirgli: “Mantieni il tuo regime di produzione, fai le cose dall’inizio alla fine esattamente come le farei al posto tuo, come mio padre”. Io ho un marchio, una garanzia di selezione, quindi è chiaro che sono molto attento a cosa seleziono, e ti dico: “Tu non hai un brand, io ce l’ho, perché è quello di Ugo, disegnato a mano da lui…»

Ah si? è disegnato da lui a mano?
«L’etichetta, tutto quello che c’è, tutto quello che trovi sul sito della Tognazza. Fatta sul foglio a quadretti, fatta a mano da mio padre, negli anni Settanta; guardi la storia e vedi la bottiglia del ’73, con la stessa identica etichetta, non c’è nulla di diverso. Le persone con cui facciamo cooperativa, devono avere le stesse caratteristiche, come se le facesse Ugo. Come Il circolo dei Buongustai di Fabio Campoli, un grande chef, che va a cercare prodotti meno conosciuti ma di altissima qualità. Attraverso noi possono essere magari trovati anche in altre regioni, o addirittura all’estero, capisci? Credo che sia una bella mission, quella che ci siamo dati, perché in qualche modo mette in condizione dei piccoli produttori di mantenere la loro qualità. Sommando tanti prodotti diversi, alla fine arrivi anche a fare i numeri. Due pastifici non si escludono a vicenda, perché ognuno userà le sue farine e le sue metodologie. Un olio pugliese, uno laziale ed uno ligure sono diversi, non si sovrappongono. Certo, se la domanda supera l’offerta, per quell’anno dovrai sceglierne un altro. Ma non c’è bisogno di diminuire la qualità per aumentare la produzione».


Images under copyright – ©GianmarcoTognazzi

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