Il punk mi ha risolto un problema di linguaggio

4 marzo 2020
by Christina Magnanelli Weitensfelder

Nella terra di Mezzo, in Italia, sono andata a trovare un caro amico, dove rifocillarmi di cose, parole e bellezza. Fabrizio Loschi, artista e scultore, pensatore e creativo; per sua definizione “operatore dell’inutile”

Sé. C’è un confine tra l’artista e l’uomo.
Non per quanto mi riguarda, è un unico ecosistema dinamico sostenuto dal pricipio dei vasi comunicanti. Senza questa tensione speculare si spezzano dei principii; si de-evolve nel basso atigianato verso un insensato fare cose, oggettistica che a malapena si guadagna l’appartenenza al decorativo. L’arte è una scelta solitaria e silenziosa; il monaco, il guerrerio, lo scienziato e l’artista sono declinazioni della stessa volontà indirizzata ad un “perenne verticale”.

Quale delle due. ARTE di Stato, o stato dell’Arte.
L’unica risposta sensata, possibile, a questa domanda sarebbe ZERO. Il delirio mondialista ha quasi azzerato il concetto di stato/nazione e, contemporaneamente, ha sovvertito le regole del mercato dell’arte. Venuto a mancare il primo eassistiamo ad un progressivo aggravarsi della salute della seconda. L’arte oggi è merce di consumo dalla vita sempre più corta (basta guardare le quotazione dei nuovi artisti); i tempi della speculazione sono sempre più contratti. L’offerta artistica attuale somiglia sempre di più alla proposta televisiva: un livello molto basso creato dagli stessi fruitori che vanno creando offerte perfette esenti da sindromi di rigetto.

Cito Heidegger, nei Quaderni neri, cap. 193: “C’è qualcosa di veramente conforme al popolo, e ciò che lo contraddistingue nella sua conformità essenziale è il fatto di non venire portato di fronte al popolo; proprio così, di non potere né dovere mai essere messo di fronte a esso.”.
Questa è la migliore definizione possibile di Arte Popolare. Si tratterebbe di un’azione artistica talmente alta ed ermetica da cancellare la strada verso la radice sociale che l’ha generata: per il popolo ma a sua insaputa. Dovremmo rendere obbligatorio lo studio di Evola, Bene, Pasolini; così solo per citare alcuni dei benefattori di un pensiero sociale dissimulato.

Chi è l’artista oggi, un uomo di Marketing, quindi ‘del Tempo’ o un uomo di Pensiero, quindi ‘nel Tempo’?
Oggi all’”artista” è richiesto un presenzialismo mediatico e una produttività aziendale; conosco molti artisti che prima di mettersi al lavoro fanno ricerche complesse e si affidano a consulenti specializzati. Nel mondo dell’arte si sono innescate dinamiche che non lasciano spazio all’errore o al fallimento. Tutto questo non mi riguarda, non è ciò che ho desiderato da giovane e non è quello che voglio oggi. Dal 2005 definisco me stesso “operatore dell’inutile”; è la migliore definizione che ho coniato per potermi scrollare di dosso, con il dovuto snobismo, un mondo che non mi interessa e che non mi rappresenta. Se il punk mi ha risolto a suo tempo un problema di linguaggio adolescenziale, assolvendomi dal tedio di formule che puzzavano di vecchio già quarant’anni fa, oggi che gli stessi linguaggi sono tornati in voga, il mio senso dell’avanguardia porta inesorabilmente verso Giotto e Bach. Sono un difensore del pensiero individuale, mai allineato, mai collaborazionista e della mia solitudine intellettuale ho fatto il migliore materiale da costruzione di sempre. Oggi che sono tutti alternativi (a cosa non è ben chiaro) preferisco considerarmi un borghese di frontiera. Sono un vecchio che attende la fine del suo tempo comodamente seduto, vestito in un abito sartoriale, mentre sorseggio un calice di vino.  

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