Gian Ruggero Manzoni: Ars Gratia Artis, la bellezza è disinteressata

01 Novembre 2019
by Christina Magnanelli Weitensfelder

Mi rivolgo a Gian Ruggero Manzoni, nonostante sia una cara conoscenza di stima, con una punta di timidezza, quella timidezza che si prova per la responsabilità di far parlare uno dei personaggi più iconici del mondo dell’arte italiana.

L’EPOCA DEL PENSIERO libero. Qual è?

Inizierò in modo classico, Christina, citando un grande del XX secolo, cioè George Orwell: “Se la libertà esprime qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentire”, a cui affiancherò il motto di un mio amore di sempre, un altro eccelso del ’900, Karl Kraus: “La libertà di pensiero adesso ce l’abbiamo. Ora ci vorrebbe il pensiero”. Perché questi due fantastici rimandi? A mio avviso quello che oggi viene definito “il pensiero politicamente corretto” non è altro che uno strumento per obbligare al consenso senza l’uso della forza fisica; è quello dell’epoca descritta da Nietzsche e da lui definita dell’“ultimo uomo”, dove esiste un solo gregge e nessun pastore, e dove chi ha un diverso sentire “va da sé al manicomio”. Il politicamente corretto è nato proponendosi come un modo per rispettare le diversità e le sensibilità altrui, ma è diventato una sorta di rete per imbrigliare, nell’accusa di intolleranza e odio, qualsiasi parere contrario a quello che i pensatori di riferimento impongono quali modelli culturali. Infatti, di nuovo tirando in ballo Orwell, se nell’epoca dell’inganno dire la verità è un atto rivoluzionario, nell’epoca del politicamente corretto esprimere pensieri scorretti è il primo e più potente atto sovversivo e di libertà. Al che ho iniziato a risponderti. Invece, riguardo l’affermazione di Kraus, necessita, a questo punto, che si sposti la mira, cioè: appurato che se oggi la libertà di pensiero la si trova nell’anticonforme, dove il pensiero valido, oppure, meglio, come pensare, in che modo usare la mente in detta libertà, o per quale fine dare fondo alla ragione? Secondo me necessiterebbero dei buoni teorici, soprattutto in ambito artistico, in modo da riappropriarci della “cultura del pensiero”, come la definiva Rousseau, distaccandoci dalla “cultura dello strumento” e, per strumento, nel contemporaneo, mi riferisco a ciò che di tecnologico e di tecnologicamente avanzato sta coadiuvando il nostro esistere. In parole povere, necessita che non si cada nel gorgo in cui l’intelligenza artificiale diventi cultura, ma si resti ben fermi nell’intenderla, unicamente, quale mezzo al fine di produrre cultura; mezzo che, in mano al teorico, aiuti lo stesso ad accelerare i tempi di raccolta dati, di elaborazione dei medesimi, per quindi giungere a una fattibile possibilità di messa in opera. Ancor più in parole dirette: non fare del computer un sapere, ma usarlo per sapere, e differenza c’è, ed enorme, e già tale formulazione, seppur semplice, potrebbe risultare un inizio di teorizzazione. Perciò mai delegare alla macchina quello che deve rimanere nostra esclusiva prerogativa, cioè la creatività. Creatività quale inventiva, immaginazione, esplicazione del talento congenito, nonché, e appunto, maturazione di una ipotesi e, di seguito, enunciazione di una tesi. Perciò, oggi, correggerei quel motto di Kraus, che ho riportato in apertura, in questa maniera: “La libertà di pensiero sappiamo dove risiede e ancora l’abbiamo, ora necessitano i teorici del pensiero, o, ribaltando, ora abbiamo bisogno di un buon pensiero teorico”, quello per me rivolto a iniziare a bonificare la palude in cui l’umanità si è ficcata.   

Il nostro passato, tecnica mista e collage su carta, cm 70×50, 2017 Courtesy Gian Ruggero Manzoni

Banalmente l’arte è sempre stata contrasto o ‘accompagnatoria’ … e adesso? In questo momento?

Come sempre l’arte è una possibilità fra le tante, che compongono la galassia dello scibile, per avvicinare e comprendere ciò che è mistero, oltre, altrove, altro, mito, Dio, per chi crede in Dio, nonché sublime, elevato, spirituale, sacro. Cioè l’arte è la stessa di quasi tre milioni di anni fa; ha, da sempre, quel valore e il ruolo che ho indicato, quello arcaico, primordiale, vicino all’origine, che ci è stato tramandato dal Paleolitico; diciamo, e meglio, che sono mutati gli artisti, infatti la maggior parte di loro ha smesso di fare liturgia o di contrastare per votarsi all’accompagnare la moda, considerato che ciò rende, in soldi, indubbiamente molto di più del dire Messa o del dare battaglia. Spesso, quando faccio lezione, pongo ai miei allievi questa domanda: “L’arte è di moda o si è fatto moda dell’arte?”, al che, i più, mi rispondono, e non senza un fondo di verità: “Oggi l’arte si è messa al servizio della moda per tentare di risultare di moda anch’essa”. Altro non aggiungo, considerato che, da tale affermazione, potrei iniziare a scrivere una nuova “Storia dell’arte” che andrebbe indegnamente a prendere il posto di quella finemente e genialmente redatta in prima edizione, nel 1950, dal grande Sir Ernst Gombrich. 

Nei primi del ’900 molte aziende, tra cui brand italiani come la Perugina, Ermenegildo Zegna, si circondavano di artisti, con fini noti, potremmo citare la cosa come un primo esperimento di residenza d’artista realizzato in modalità privata. Nell’era della fruizione del Tutto, ha ancora un senso?

Nulla ho contro la cosiddetta arte applicata o l’arte messa al servizio del fare impresa o del promuovere oppure pubblicizzare un’impresa; anzi… magari che gli imprenditori italiani, quali novelli principi rinascimentali, si circondassero di pittori, scultori, registi, poeti, narratori, musicisti, attori, così da dare immagine e veste creativa e alta a idee e prodotti! Magari! Quindi risponderei alla tua domanda con un sì, erano già forme di residenza d’artista, frutto del buon gusto che, allora, muoveva un certo tipo di gente, oltremodo, già di suo, geniale. Lo stesso sarebbe nell’oggi, infatti non è certo l’omologazione e la massificazione “fruitoria”, definiamola così, che vincerà la scommessa con il domani, quanto, ancora, l’esegesi della qualità, della peculiarità, della caratteristica. In un mondo sempre più globalizzato vincerà l’omogeneizzazione o la diversità? L’amalgama o la distinzione? Molto semplice, per me, quale eterno eversivo, dare a tali quesiti una risposta.

Ars Artis. Il pensiero artistico è veramente così complesso da dover essere spiegato?

Il tutto è divenuto complesso dall’urinatoio di Duchamp, quindi da quelle derivazioni concettual-poveriste-installative che molto stanno andando anche nell’oggi. A seguito di ciò, spesso vale più quello che si dice o si scrive dell’opera, che l’opera stessa. Resta che l’artista, che si può definire tale, mai abbia bisogno di raccontare o, meglio, narrare quel che esprime, all’infuori, ovviamente, che non sia un letterato, infatti, come da sempre si è detto, l’opera già parla da sé. Il condire troppo la minestra, diceva mia nonna, il più delle volte significa cercare di coprire la poca consistenza della stessa, e questo è ciò che ahime sto sempre più notando in giro; cioè molto nulla, parole e parole e parole che si possono spendere su questa o quella definiamola creazione, con eguale vacuità e indifferenziazione. L’arte e il suo pensiero non sono mai complessi. Forse che l’origine e la fine siano complesse? Quello che vi sta in mezzo, cioè la vita, spesso lo è, ma certo non per questioni di ordine artistico, quanto per problematiche tragicamente pratiche, concrete, tangibili, tristemente dolorose.

Siamo in guerra. Puoi salvare poche opere di qualche artista. Chi porteresti nell’Arca?

Un paesaggio di Isaac Levitan, una natura morta di Willem Claesz Heda e un nudo di donna, come, ad esempio, “La toilette” di Giovanni Boldini.

Sono nato nel 1957 a San Lorenzo di Lugo, un piccolissimo paese in provincia di Ravenna, sperso tra la pianura e la Valli di Comacchio. Ora vivo dividendomi tra la Romagna e un appartamentino che la mia compagna ed io possediamo a Martigues, cittadina posta nei pressi di Marsiglia, in Provenza. Ho avuto una vita definiamola avventurosa. Dopo tre giorni di carcere per motivi di ordine politico… si era negli anni ’70 del secolo scorso, io frequentavo il DAMS di Bologna… ho commutato la pena servendo, quale Informatore, in zone di guerra, le Forze Armate Italiane, così da trovarmi negli anni ’80 in Libano e negli anni ’90 nella ex Jugoslavia. Il tutto è stato di recente narrato dal giornalista e scrittore Pier Paolo Giannubilo nel libro “Il risolutore”, edito da Rizzoli e tra i finalisti del Premio Strega 2019. Quale figlio dell’Umanesimo e del ’900, da sempre, artisticamente parlando, mi sono concesso a varie discipline espressive: dalla poesia alla narrativa, dalla pittura alla critica d’arte, dal fare teatro allo scrivere per lo stesso. Ho insegnato Storia dell’Arte a Urbino e ho passato lunghi periodi in Germania, in Francia, in Belgio, frequentando quegli ambienti artistici. Al mio attivo ho oltre 60 libri pubblicati a cui aggiungere parecchie plaquette, e oltre una ottantina di mostre tra personali e collettive, tenutesi in Italia e all’estero. Ho partecipato ai lavori delle Biennali di Venezia del 1984 e del 1986, quelle dirette da Maurizio Calvesi. Ho anche diretto due riviste di arte e letteratura: “Origini” ed “ALI”. A seguito degli stretti rapporti intercorsi con gli esponenti della Transavanguardia, del Neoespressionismo tedesco e del Graffitismo, ho operato a fianco di molti fra i maggiori artisti italiani e stranieri oggi ancora viventi o non più fra noi. Seppure tutto ciò, non mi sento per nulla stanco di superare la porta magica per concedermi all’immaginifico. Ah, dimenticavo, la mia è la stessa famiglia del grande Alessandro Manzoni e dell’altrettanto grande Piero Manzoni, e ciò non è fardello da poco, ma anche sublime stimolo.   

Tutte le opere sono tecniche miste e collage su carta, serie titolata “IL NOSTRO PASSATO”, cm 70 x 50, data 2017

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