Flavio Sciolè, No future ovvero Idealismo organizzato

by Christina Magnanelli Weitensfelder

Sciolè è un animale da palco da quasi trent’anni, equamente diviso tra teatro di ricerca, performance e cinema. Autoproclamatosi antiartista, è un nome di riferimento nell’underground e nell’arte contemporanea. Distaccatosi dal teatro classico fonda un suo gruppo teatrale (Teatro Ateo) con cui irrompe sulla scena italiana lasciando un segno. Con la performance è presente nei principali contesti italiani ed europei. Spesso considerato un punk prestato al cinema, è stato proiettato in tutto il mondo dove il suo anticinema è riconosciuto e storicizzato. La sua poetica si basa sull’inceppatura, sull’errore: codici che ci restituiscono l’Uomo in quanto creatura fallibile, a termine. Di quest’uomo Sciolè mostra i difetti, le ossessioni, i lati oscuri. Sciolè ha il dono di trasformare in pura materia plastica e delirio visivo il non-sense assoluto di azioni surreali e oltre-misura dall’anonimo grigiore quotidiano’ scrive Pierpaolo De Sanctis su Nocturno, evidenziando l’importanza del non senso, o meglio della perdita di senso che contraddistingue l’intera opera dell’antiartista. A fine 2017 è uscito il volume ‘Libero Teatro in Libero Stato’, edito dalla Holy Edit, che raccoglie nove testi teatrali.

 

A testa in giù o a testa in su?

A testa in giù ci si specchia nelle pozzanghere, a testa in su la pioggia ci bagna gli occhi ed i capelli.

 

È attuale chiedersi se il teatro è attuale?

Il teatro, se contemporaneo, è sempre attuale, mostra le viscere della società, l’uomo privo di maschere.

 

Il tuo teatro cosa espone?

Il mio teatro è antiteatro, ribaltamento degli schemi per scoprirne di nuovi e varcare anche quelli. Mi interessa l’esposizione alterata degli stati interni dell’Io, la frammentazione della drammaturgia. L’azione si ferma sulla disarticolazione vocale e corporea ed è necessaria a mostrare l’errore, l’errore nell’esserci, l’errore presente in ogni umanità: alla fine (de)canto il fallimento, la perdita. Con Teatro Ateo ho immesso codici appartenenti ad altre arti (installazione, performance) creando nuove strutture, nuovi ibridi che potessero esprimere al meglio la mia Arte.

 

Fatti nostri o fatti tuoi?

I fatti sono azioni, chi agisce ha poco tempo per le parole, chi è fermo, invece, ha tanto tempo per parlare di chi agisce. La parola agita la rincorro, mi anima.

 

La passione è un conflitto. Necessità. Per molti, pochi. Nessuno.

La passione è vita, quando la passione scompare si diventa vuoti, bolsi, inutili. Possiamo perderla per brevi o lunghi periodi. Nel tempo della perdita alcuni si accorgono del loro svuotamento e provano a reagire, altri non ne hanno cognizione ed agiscono fingendo l’esistenza.

 

Se il teatro è un’ombra di decenza, la decenza si adombra o è adombrata?

Il teatro è indecente, mostra l’osceno del vivere, più che adombrare, svela, disvela e corrompe il finto quieto vivere di ognuno mostrandone la vanità.

 

Si partecipa o si guarda?

Io partecipo anche nel guardare ma bisogna scegliere cosa guardare, non si può disperdere il tempo nel rincorrere l’inutile, il niente.

 

Cos’è per te la Performance?

La performance la intendo come un linguaggio primordiale, atavico, privo di strutture. Io vado live scrollandomi di dosso qualunque sovrastruttura (mentale, vocale, corporea) e cercando di trasmettere un flusso di stati. La distanzio dal teatro in quanto non si può performare recitando, cosa a cui molti oggi tendono. La performance, se pura ed incontaminata, è un’arte pericolosa, estrema: simile alla vita.

 

La Poesia?

La poesia è il mio punto di partenza ed il mio punto d’arrivo. L’ultima possibilità me la concedo sempre in versi.

‘Le opere di Sciolè riescono al meglio quando sono magma balbuziente tra suoni, rumori, immagini, corpi alla disperata e vana ricerca di un io ormai annichilito da tempo, forse da sempre. Flavio Sciolè è una sorta di Frankestein lo-fi, un incrocio tra Carmelo Bene, Victor Cavallo e Jess Franco, un serial killer dell’immagine, un iconoclasta a bassissima definizione avendo come machete il montaggio’ scrive Domenico Monetti in una lunga intervista su Cinecritica. Come crei il tuo cinema?

Nel mio anticinema inseguo sempre la visione, il delirio, il precipitare. Tecnicamente, dopo un primo periodo in cui ho agito con il montaggio in macchina (per recuperare l’istanza, l’istinto), sono poi passato ad affrontare montaggi spostati verso ritmi furiosi colmi di subliminali o lenti e statici. La mia resta comunque una deriva filmica: il mio è un anticinema impossibile ed improbabile ma i codici che uso, ho scoperto in seguito, arrivano comunque a tutti, sono facilmente riconoscibili.

 

Copioni o guardoni?

Oggi siamo circondati da copioni sterili ed inutili e quindi scelgo ‘guardoni’.

 

Cosa insegui?

La scomposizione del linguaggio, da sempre,

il decadere, da ieri,

una fine in vita, da mai.

Amen.

 

FLAVIO SCIOLE’ (1970). Antiartista, agisce nella ricerca antiteatrale, nella sperimentazione anticinematografica e nella performance estrema. Da circa trenta anni partecipa a centinaia di eventi in Italia e nel mondo (52a Esposizione Internazionale D’Arte La Biennale di Venezia 2007, MACRO, Romaeuropa). Codifica ‘La recitazione inceppata’ con cui agisce nei meandri dell’io.

Giancarlo Pucci L'opera d'arte sono Io

3 Giugno 2019

THE TIME IS NOW – il ritorno di APERITIVO ILLUSTRATO MAGAZINE

3 Giugno 2019

Lascia un commento