Magnificat, AIMagazineBooks, Il Sacro 2.0, intervista a Christian Zanotto

by Maria Lucia Buccolo
15 Luglio 2020

Intervista

  • Il famoso accademico e scrittore svizzero Titus Burckhardt intendeva per arte sacra “non qualunque opera artistica che rappresenti un soggetto religioso, ma più specificamente l’arte le cui stesse forme riflettono la visione spirituale propria di una data religione”; ed essendo tale basata sul simbolismo inerente alle forme, specificava che “…un simbolo non è semplicemente un segno convenzionale; esso manifesta il suo archetipo in virtù di una certa legge ontologica”.  Mi parleresti della funzione simbolica ed iconografica che rende unica la tua opera?

Vivo l’arte come una religione possibile, sentendo essa stessa come il sacro, l’energia a noi misteriosa della creazione. Il mio personale atteggiamento rispetto al fare artistico è la ricerca di una comprensione: l’essere artista implica una tensione che coinvolge, con diversi livelli di intensità, ogni momento. Molti dati sfuggono al filtro della consapevolezza, altre conoscenze sono sedimentate come memorie recenti o ataviche: attraverso la mia ricerca intendo visualizzarle e farle affiorare attraverso immagini.

  • Le tue sculture virtuali sono creature eteree, divine, mitologiche, erotiche; donna-uomo, umane-acquatiche. A volte rappresentano il tutto, a volte il particolare – come il tuo autoritratto. Sono divinità forti, lungimiranti e virtuose; allo stesso tempo deboli, passionali e peccaminose. In esse è racchiuso il sacro e profano e gli elementi vitali di acqua, aria, terra e fuoco. Come nascono queste creature?

Queste creature nascono da combinazioni di elementi e non si formano  attraverso un progetto predefinito: per mezzo di un intento le lascio affiorare alla mia coscienza, dove si organizzano in composizioni, ideogrammi, interazioni, risultanti, sostanze, sistemi che nel tempo osservo e riosservo, leggendoli come macchine e circuiti visivi.

  • I tuoi soggetti sono caratterizzati da un’eccellente plasticità manierista e da un’estrema cura del dettaglio, barocca. In opere come Choruses series, Allchemicall-Flame series, Skins, Moon Dollar Battle – ad esempio – la materia ha una forte importanza e connotazione comunicativa. La texture delle tue opere, oltre ad essere estremamente percettiva, parla; cosa ci dice?

Le opere che hai citato sono accomunate dalla presenza di loghi di grandi potenze commerciali marchiati sulla superficie, sulla pelle dell’immagine, segni che si sono ormai slegati dalla loro esclusiva funzione di rappresentanza, penetrando nella mente dell’uomo contemporaneo come simboli intensamente evocativi; esprimendomi attraverso il linguaggio visivo questi marchi e le loro forme grafiche mi appaiono nella loro forte valenza comunicativa.

Una secondo livello di superficie è dato dal pannello di cristallo su cui le figure sono impresse, elemento specchiante che intende essere un richiamo al dialogo, ad una comunicazione su di un piano più profondo: l’osservatore, nello scrutare la propria immagine riflessa, si sorprende invitato all’interno dell’opera.

  • Lavori tra Amsterdam e Venezia. Quanto il patrimonio, inteso come luogo e tradizione – dunque tangibile ed intangibile, è presente nella tua opera? Come collaborano e contribuiscono queste due città allo sviluppo della tua ricerca artistica?

L’Italia e il Veneto: il mio luogo di nascita, dove sono cresciuto e dove ho studiato; Amsterdam: il luogo della scelta volontaria. Riferendomi a queste due realtà, nel tempo. La valenza, il significato di “andare a” e di “tornare a”, questi due moti, sono divenuti sempre più fluidi, confusi uno nell’altro come delle acque possono fare. Amsterdam è il luogo dell’ideazione, dove creo attraverso la tecnologia e il digitale, l’Italia è il luogo della pratica, dove frequento laboratori collaborando a soluzioni congeniali alla realizzazione fisica delle mie opere.

  • Empyreum, mostra del 2017, realizzata presso la Fondazione Breed Art Studios di Amsterdam. Una installazione davvero affascinante e coinvolgente. Opera permeabile, creata non per occupare uno spazio ma che diventa spazio stesso, condiviso col pubblico; assume un carattere diffuso tramite l’enfatizzazione dello strumento sonoro, tramite musica. Molto di impatto infatti la opening con assolo di violoncello; trovo che sia stato un momento di massima amplificazione della tua esposizione. Mi parleresti del percorso che ha portato alla realizzazione dell’opera ed alla sua particolare installazione? In che modo l’acustica facilita il dialogo tra l’opera e lo spettatore? Qual è la tua esperienza a riguardo?

La zona di Amsterdam Nord, dove si trova Breed Art Studios, è caratterizzata da una architettura geometrica: gli edifici, come grandi forme primarie, sono disposti in modo regolare, ritmico… profili e linee che si riflettono a loro volta all’interno; la sala dove ho realizzato Empyreum è essa stessa un ampio cubo bianco.

Questi elementi si sono imposti nell’ideare l’installazione, facendomi pensare a grandi cornici, anch’esse bianche, collegate a formare angoli retti, moduli che ho poi disposto in modo da creare un percorso ordinato, un labirinto trasparente. Tale trasparenza, data dalla pellicola olografica, ha creato il diaframma invalicabile dove le mie creature virtuali, angeli pinnati proiettati da quattro sorgenti, fluttuavano in un vuoto apparente; lungo i corridoi formati dalle strutture la luce si moltiplicava, riflettendosi più libera, mentre il suono si incanalava, riverberando i toni bassi e profondi. Ho ricercato l’alchimia tra gli elementi,  una sinergia percettiva, una interazione tra luce, forma e suono: organico ed inorganico,  l’idea poetica del volo e la figura femminile della violoncellista, voluta  come un richiamo ad un’immagine mentale, ad un’idea; questa presenza, essendo leggibile solo tra il buio e la luminosità delle figure alate, diveniva un’unica sinuosa silhouette con lo strumento musicale, quasi la manifestazione, la memoria di una forma atavica, di un’energia indomabile che ha permeato e catalizzato l’atmosfera, rimanendo percepibile anche in sua assenza.

  • Studi sulla percezione visiva sono alla base della tua ricerca artistica. La diversa percezione di spazio-tempo, la fluidità che crea permeabilità e favorisce l’interazione con diverse pratiche artistiche caratterizzano l’unicità delle tue sculture virtuali. Le teche olografiche, ad esempio, contengono proiezioni olografiche dai diversi punti di vista e riflessioni. Lo spettatore incontra una scultura virtuale ed intangibile. Incontra sè stesso. Dialoga di riflesso con la tua opera. In un’intervista all’architetto Enza di Vinci per il suo libro Lo Spazio per l’Opera d’Arte hai affermato che “la teche olografiche  e  l’installazione Empyreum sono due risultati dello studio che punta a svincolare l’opera dalla materia senza privarla della sua presenza”. È possibile affermare che sei alla ricerca dell’essenza, se vogliamo fisica, dell’opera stessa? Da poter in un certo modo concettualizzare e conseguentemente rappresentare?

Cerco l’essenza della visione che si crea all’interno della mente, per trovarne l’energia e poterla rappresentare, renderla visibile: trovo una similitudine tra la natura di un oggetto generato attraverso un procedimento digitale in un contesto virtuale e la sostanza delle idee. Sono da sempre affascinato dalla possibilità di proiettare immagini nello spazio, indagare la fisicità atmosferica, la densità di quello che ci appare come vuoto: da qui la creazione delle teche olografiche, dove le mie sculture virtuali si manifestano nel nostro mondo fisico.

L’attenzione verso le modalità mentali di elaborazione dati, i meccanismi percettivi e lo sperimentarli, è mossa dal mio interesse verso le dinamiche attraverso cui la realtà che abitiamo viene captata e decodificata dalla nostra intelligenza e poi tradotta, interpretata; mi attrae l’indagare fino a dove possa arrivare il processo inverso, verificare fino a quale intensità la sostanza dell’idea si può manifestare all’esterno.

  • Umberto Eco nell’analizzare la “perturbazione cibernetica” dell’artista Bruno Munari – nel saggio La Forma del Disordine per L’Almanacco Letterario Bompiani del 1962 – scrive: “L’osservatore della prospettiva rinascimentale  era  un  buon  ciclope  che  appoggiava  il  suo  unico  occhio  alla  fessura  di  una  scatola magica  nella  quale  vedeva  il  mondo  dall’unico  punto  di  vista  possibile.  L’uomo  di  Munari  è costretto  ad  avere  mille  occhi,  sul  naso,  sulla  nuca,  sulle  spalle,  sulle  dita,  sul  sedere.  E  si  rivolta inquieto,  in  un  mondo  che  lo  tempesta  di  stimoli  che  lo  assalgono  da  tutte  le  parti. Attraverso  la saggezza programmatica delle scienze esatte si scopre abitatore inquieto di un expading universe”.  Definiresti la tua arte come arte programmata e cinetica?

Vi sono vari punti di contatto; spesso penso alle mie opere come macchine visive, circuiti percettivi, in cui cercare dove il dato casuale, non progettato, la scintilla che mi meraviglia, si verifica, ma il mio sentire sfugge dall’identificarsi all’interno di parametri e di insiemi definiti. Sento fortemente il concetto espresso con  l’uomo di Munari: mi accorgo che oggi la coscienza ha ancor più bisogno di filtrare e decodificare stimoli, segnali, informazioni, script linguistici creati come software di programmazione per l’intelligenza umana. Personalmente credo all’arte come ricerca, tensione verso una possibile comprensione.

  • Sempre in un’intervista ad Enza di Vinci per il suo libro Lo Spazio per l’Opera d’Arte, l’artista Jeffrey Shaw – in risposta alla domanda: se un’opera new media necessita ancora della mediazione dello spazio fisico per essere compresa dallo spettatore – ha affermato che: “finchè noi umani continuiamo ad abitare i corpi fisici, lo spazio fisico deve svolgere un ruolo essenziale nel costituire l’esistenza dell’opera d’arte”. Condividi lo stesso pensiero? Tu che hai estrapolato il vituale rendendolo fisico, tu che ti muovi con tale maestria e fluidità tra l’arte digitale e quella materiale, come vedi l’esclusiva rappresentazione dell’arte su mezzo digitale, dovuto all’emergenza Covid-19? Il trend del futuro?

Mi trovo in sintonia con l’affermazione di Jeffrey Shaw; penso che i luoghi e gli oggetti si carichino di valenze che la materia assorbe ed emana, li sento quindi necessari ad una completa fruizione dell’opera. Allo stesso tempo lo spazio virtuale è  uno spazio, uno spazio in evoluzione, con proprie caratteristiche, leggi e meccaniche, che costituisce una possibilità ulteriore; penso di non contraddirmi ipotizzando la piena esperienza di un’opera esclusivamente attraverso il mezzo digitale nel caso in cui questa sia stata ideata e creata specificamente per il “cyberspazio”.

Episodi contingenti, dove la percezione della realtà e la sensazione della  fiction hanno vacillato, arrivando a confondersi palpabilmente, hanno riconfermato in me il pensiero dell’arte, della natura, della creazione come forze irrefrenabili, non relegabili dentro un “Jurassic Park”, con la presunzione di poterle confinare.

  • Verso dove procede la tua ricerca artistica?

Il “procedere verso” presuppone una direzione, quindi la possibilità di fare il punto, e si presume che un “andare” possa essere ripercorso; io vivo invece la sensazione di muovermi all’interno di confini ormai fluidi, in una condizione di “iper-relatività”, dove il punto si dilata in un gradiente di incalcolabili sfumature: è un navigare a vista, condotti unicamente dall’intento di approdare in territori più o meno sconosciuti. A volte vi trovo tracce che testimoniano la presenza di precedenti visitatori, con  la consapevolezza che l’osservatore condiziona ed è condizionato esso stesso dalla propria visione. Forse un prossimo passo è proseguire con la creazione di environment, spazi da sperimentare, per dare al soggetto fruitore l’occasione di muoversi attraverso la consapevolezza  dell’unicità del proprio punto di vista e allo stesso tempo della sua mutevolezza, tendendo idealmente ad un “Umanesimo multifocale”, ma ormai consapevoli di quanto possa essere stupenda e pericolosa una fede o un’utopia.

Grazie davvero per il tuo tempo e i tuoi pensieri.

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