Biography

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Giovanni Marinelli

si avvicina alla fotografia nel 1970. La sua formazione è diretta, lavora e si fa ispirare dai grandi maestri dell’arte italiana degli anni ’60 ’70, tra cui Franco Summa, Mario Giacomelli, negli ’80 e ’90 frequenta lo statunitense Konstabi e l’italiano Logli, facendosi coinvolgere dall’estetica metafisica. Premio internazionale Giotto nel 2009.
Già dagli anni ’70 Marinelli intuisce l’importanza della multidisciplinarietà nell’arte, si adopera e sperimenta installazioni, arte relazionale, esplorando la grande relazione tra l’arte e il pensiero intimo dell’uomo. “Vorrei che le persone che guardano un mio lavoro, entrino in connessione con delle parti di loro stessi con le quali parlano poco, perché nella vita c’è dell’altro, oltre che il quotidiano”.
Sviluppa con il lavoro Vita Silente l’accettabile idea che esplorare il nostro io sconosciuto, attraverso la provocazione dell’arte, ci faccia interconnettere maggiormente e necessariamente a noi stessi in modalità ‘a tutto tondo’ e si lascia ispirare dalle presenze di un ‘oltre l’uomo’ in un manicomio abbandonato. (2002)
Nel ’80 Inizia a lavorare ad alcune delle sue importanti serie di lavori, (Flora) sperimenta un mix and match di tecniche, tra cui l’infrarosso, per cogliere un minimalismo estetico denso e al contempo rude, poiché spoglio di schemi acquisiti o tali. “ quando osservo l’oggetto da fotografare mi assale la commozione, di quanto ancora oggi, la natura delle cose ci possa comunicare” – in quel periodo esce anche la serie (Paesaggi), immagini raffiguranti posti, luoghi, rubati in vari posti del mondo, tutti con un denominatore comune: uno sguardo attento nel cogliere aspetti che a volte sfuggono al nostro sguardo “Fotografare dal treno, dall’aereo anche, i ‘posti dell’uomo’ restituisce l’idea dell’effimero dell’uomo, a contrasto con la stabilità dei posti, al contempo di quanto l’intervento dell’uomo sia responsabile dell’ambiente che ci viene restituito” (architetture).
Alla 54ma Biennale di Venezia (2011) vede Giovanni Marinelli con una produzione alla quale lavora da anni (Object) una sorta di destrutturazione dell’oggetto, realizzata grazie a un occhio quasi dissacratorio verso la funzione dello stesso, abbinandolo a un lavoro di esaltazione della forma, che perde confine e dialoga con l’universo. In quell’occasione vengono realizzati dei multipli, in versione limitata.
All’Alinari di Firenze (2012) espone lavori dedicati a una delle sue grandi passioni (Jazz), ‘rompendo’ l’idea che luoghi e situazioni classici debbano ospitare una comunicazione in linea – “non sono assolutamente interessato a ripercorrere, quello che mi ha sempre affascinato è stupirmi dinanzi al nuovo”.
In linea con la circolarità del tempo, come un temporaneo ritorno agli inizi con Vita Silente, nel 2016, Giovanni Marinelli torna a elaborare la visione sulla tragedia umana (Marcinelle), una parte del Corpus opere, presenta per la prima volta, del colore, artefatto “non ho mai amato il colore nella fotografia – in qualche modo indica troppo la direzione del pensiero e voglio che le persone si lascino addentrare nei miei lavori per costruire una propria emozione, anche se si parte dalla mia nel momento dello scatto”.
Due anni (2018) dopo elabora una nuova serie, dove viene esaltata al massimo termine il suo pensiero sul non colore, esce la serie Visions, paesaggi ultra colorati, psicadelici, saturati e selezionati in modalità casuale dalla ‘macchina’, esaltando al massimo il lavoro di partenza, durato anni, sul bianco e nero “ammetto che quasi mi sono stupito da solo – una mattina, sistemando il mio archivio, ho trovato un paio di mie foto con qualche mio segno a pennarello colorato sopra, ed ho pensato di mettermi a confronto con il computer, lasciando a lui l’autonomia quasi, di interferire sulla foto, il risultato è simile a quello che ho cercato di comunicare da sempre con il bianco e nero: nonostante le interferenze, le basi di ciò che esiste restano”.
Il contributo di Giovanni Marinelli alla fotografia è sicuramente nel sottolinearne un aspetto, quello compositivo e testimoniale del suo rapporto diretto con la decadenza delle cose, che va rifiutata secondo la sua visione, osservando i simboli di ciò che è. “Non posso affermare il pensiero positivo come unica ratio, sicuramente è la ricerca costante verso di esso il nostro moto di vita”. Lavora e vive a Pesaro.