Blue Velvet

Dicembre 2013
By Roberto Palumbo

Velluto blu è disturbante, velluto blu è sconcertante. Velluto blu è un capolavoro.

È il 1984, la profezia di Orwell non sembra essersi avverata e David Lynch è un ragazzone americano che sembra uscito da un film anni cinquanta. Ha una formazione pittorica ed è anche scultore, fotografo, creatore di video installazioni e compositore: «Un James Stewart venuto da Marte» è la definizione che conia per lui quel genio di Mel Brooks, suo produttore in The Elephant Man, il film diretto nel 1983 preceduto dal suo primo film Eraserhead (La testa che cancella, 1977). Al momento è un po’ depresso a causa del temporaneo insuccesso (al botteghino) di Dune, il suo ultimo costosissimo film, ispirato al racconto di fantascienza di Herbert, che ha diretto per la DEG film di Dino de Laurentis. Fortunatamente, durante le riprese di Dune, Lynch firma un contratto per un ulteriore film con una particolare clausola: il final cut, l’ultima parola sulla stesura finale, spetta a lui. Allo stesso tempo De Laurentis è categorico: il film dovrà essere a basso costo e Lynch dovrà ridurre il suo ingaggio. Affare fatto, gireranno il film in North Carolina. Lynch avrà così la possibilità di sviluppare con totale libertà creativa il progetto che gli ronza in testa da qualche anno. All’inizio era solo un’idea fatta di tre concetti: la provincia americana con i suoi colori da cartolina e boschi in cui è cresciuto; l’immagine di una donna che da bambino aveva visto aggirarsi nuda e completamente stravolta, nel perfetto quartiere borghese in cui abitava, mentre con il fratello tornava da scuola; la canzone Blue Velvet di Bobby Vinton.
Il casting è un carosello di celebri rifiuti e future consacrazioni: il personaggio principale di Jeffrey, il ragazzo perbene della provincia americana, viene proposto a Val Kilmer, che dopo aver letto la sceneggiatura, pur riconoscendo il grande coraggio della produzione, la bolla come “pornografia” e rifiuta. Sarà offerta anche a Chris Isaak (ndr si, il cantante), che la rifiuterà a sua volta, prima di essere affidata a Kyle MacLachlan, già protagonista sconosciuto di Dune che da qui diventerà l’attore-feticcio di Lynch. Come pure l’allora diciannovenne Laura Dern, scelta per la parte di Sandy, la ragazza della porta accanto che finirà per innamorarsi di Jeffrey. Per la parte di Frank Booth, il gangster disturbato, paranoico e tossicomane, viene chiamato Steven Berkoff (Arancia Meccanica, Barry Lyndon), che rifiuta asserendo l’eccessiva distruttività del personaggio. Lynch riceverà una chiamata da Mr. Dennis “Easy Rider” Hopper in persona che gli annuncia: «Devo assolutamente farlo, Frank sono io!». Un monumentale Hopper regalerà una delle migliori interpretazioni della sua carriera (che Dio ti abbia in gloria Dennis, ovunque tu sia!). Per il ruolo di Dorothy Vallens, nel film la cantante di night club, amante e succube di Frank che sedurrà il giovane Jeffrey, saranno chiamate Meryl Streep, che rifiuta perché il ruolo complicato non le piace, e Deborah Harry, cantante dei Blondie, che diniegherà, stanca di tutti i ruoli un po’ folli che gli vengono offerti da altrettanti registi squilibrati dopo quel Videodrome girato con Cronenberg. Si pensa quindi ad Hanna Schygulla ed Helen Mirren. Nel 1985 Lynch è infatti a New York, seduto a bere un caffè nel ristorante “Ola Ola” a pensare a come ingaggiare la Mirren. La leggenda vuole che in quel ristorante ci fosse anche Isabella Rossellini. Il ragazzone americano le si avvicina audace, riuscendo ad infilare una serie di gaffe geniali da: «Sai che assomigli un sacco a Ingrid Bergman? Potresti essere sua figlia», fino a «Se conosci Helen Mirren, puoi dirle che la sto cercando per il mio prossimo film?». Era il primo incontro con quella che sarebbe diventata la sua musa, la sua amante, e la più grande Dorothy Valens che il film avesse mai potuto avere. Il giorno dopo Lynch gli manda il copione ed un biglietto «ci ho ripensato, vorrei che lo facessi tu». Il resto è storia. Isabella Rossellini aggiunge del suo, improvvisa sul set, crea persino costumi e look. Bellissima ed eterea canterà una versione di Blue velvet che Il maestro Angelo Badalamenti (il pianista nella scena del club) riscrive apposta per lei. Immortalata nella fotografia del maestro Frederick Elmes “the blue lady” è pura poesia e pittura in movimento. Il film che ne uscirà è un quadro surreale che ha per tema la perdita dell’innocenza. Torbido, insolito e affascinante, Velluto Blu è una complicata e distorta esplorazione dei lati oscuri della quieta provincia americana, dietro la cui tranquilla e stereotipata normalità si nascondono inquietudini, perversioni, violenze e ambiguità. Allo stesso tempo Blue Velvet è un film che parla d’amore, un amore ossessivo, viscerale e contagioso. Lo stesso Lynch in un’intervista alla tv canadese dirà: «è un film che parla d’amore e di oscurità». Luce e ombra, bene e male, continuamente. Sullo schermo, Lumberton, la cittadina in cui è ambientato, appare come una cartolina dai colori smaglianti. Una cittadina accogliente e tranquilla quasi irreale. A poco a poco lo scenario cambia completamente, le tinte sgargianti lasciano il posto ai toni cupi delle ambientazioni notturne, i colori vengono avvolti dal blu dell’oscurità che accompagna questa lenta e graduale discesa all’interno del lato oscuro esasperata dalle note di Blue Velvet di Vinton, che riecheggerà per tutto il film amplificando l’effetto di sospensione temporale tra questi due mondi. Jeffrey, il protagonista innocente e investigatore improvvisato, li attraverserà continuamente, rimanendo, suo malgrado, sempre più intrappolato in quel lato oscuro, diventandone parte. L’appartamento di Dorothy in cui Jeffrey si introduce furtivamente, è lo spazio di confine di quella zona d’ombra tra reale e irreale, è il luogo in cui ogni sogno, anche il più proibito, può avverarsi. È uno strano mondo. Uno strano mondo.


All images are Under Copyright Blue Velvet, Frames ©DavidLynch

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