Blade Runner, about

Febr, 25, 2014
by Roberto Palumbo

Do Androids Dream of Electric Sheep?

Los Angeles, Novembre 2019. Una pioggia acida cade incessante sulle strade di una città cupa che sembra somigliare ad Hong Kong in una pessima giornata. Il cielo violaceo è illuminato soltanto dalle luci dei grattacieli, enormi schermi su cui campeggiano le immagini delle pubblicità. Due settimane prima sei “replicanti” ribelli, androidi biocellulari del tutto simili all’uomo, ma dotati di forza fisica e capacità intellettive superiori, sono fuggiti da una delle colonie extramondo, dove erano impiegati come schiavi. Hanno requisito un’astronave, trucidato l’equipaggio e fanno rotta verso la terra in cerca dei loro creatori e di una risposta alla loro presa di coscienza: “Io penso dunque sono”. Ciò che anelano è in realtà una soluzione alla loro imminente “data di termine”, l’espediente che la Tyrell corporation, dal nome del suo “creatore”, ha messo in atto per il loro controllo nel caso in cui quella consapevolezza di sé prendesse il sopravvento sulla loro natura. Solo quattro anni di vita, è questo il loro limite: il nostro, riconoscerli e fermarli.
“Più umano dell’umano” recita il claim della Tyrrel corporation, l’unico modo per riconoscerli è sottoporli al test “Voigt-kampff” con cui la “Blade Runner”, l’agenzia della polizia specializzata nel loro “ritiro”, ne misura la reazione emotiva ed empatica. Essi lo falliscono perché, privi di una memoria del passato, tradiscono la loro effimera essenza. Per fermarli l’agenzia richiama in servizio forzato Rick Deckard, ex-cacciatore di taglie, unico “qualificato”. L’impresa gli rivelerà più di quanto non immagina. Mentre i replicanti appaiono sempre più umani, è il nostro eroe ad apparire sempre più un replicante: e infatti lo è. Se non ci credete chiedetelo a Ridley Scott, il regista di questo visionario “future noir”. Dopo tre diverse edizioni (International cut, Directors cut, e Finalcut) ed a più di trent’anni dalla sua prima uscita nelle sale, Blade Runner conserva intatto tutto il suo fascino che a differenza dei suoi replicanti non ha termine.
Quando nel 1968 Philip K. Dick pubblica il suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, il primo ad interessarsene per creare un adattamento cinematografico è Martin Scorsese, che però non ne acquista i diritti. Ad opzionarli è Robert Jaffè, che sotto un “nome de plume” fa scrivere la sceneggiatura al figlio Robert e la invia a Dick. Lo scrittore dapprima non si rende conto che quella è la proposta per l’adattamento del suo romanzo e pensa sia solo un brogliaccio. Quando da Hollywood Robert Jaffè vola a Fullerton per incontrarlo e discutere la proposta, Dick gli dice che la sceneggiatura è talmente brutta da voler sapere se preferisce essere picchiato lì in aeroporto oppure deve aspettare che arrivino al suo appartamento (!). Dick è disposto persino a rimetterci pur di non vedere il suo romanzo rovinato. Il tutto per sua fortuna si tradurrà in un momentaneo nulla di fatto. Nel 1977 è lo scrittore Hampton Fancher a coinvolgerlo nuovamente. La bozza di sceneggiatura da lui scritta attira l’interesse del produttore Michael Deeley, che coinvolge nel progetto il suo amico regista inglese Ridley Scott. Questo sarà il suo primo film americano. Ma quella di Blade Runner è una storia nella storia, che inizia dal suo titolo. Mentre Scott non è convinto della sceneggiatura, Fancher recupera un adattamento cinematografico di William S. Burroughs per il romanzo di Alan E. Nourse The Bladerunner (1974), intitolato Blade Runner (a movie). A Scott piace il nome e convince il produttore Deeley ad ottenere i diritti dei titoli. L’unica caratteristica che i due romanzi hanno in comune è di raffigurare un universo ed una civiltà distopica, nel romanzo di Nourse, infatti, il termine blade runner è legato a dei trafficanti di organi. Ma questa è un’altra storia. Contemporaneamente viene ingaggiato David Webb Peoples per riscrivere il soggetto. Fancher non la prende bene e vuole abbandonare il progetto; non solo tornerà per contribuire alle riscritture supplementari di alcune scene, ma dopo aver letto a fondo la sceneggiatura riconoscerà il merito a Peoples, e ne diverrà amico. Per ambientare la Los Angeles del 2019, Scott si ispira a Metropolis di Fritz Lang: la società verticale, dove chi comanda vive al di sopra di chi lavora. Alcuni fotogrammi di Metropolis dettero il suggerimento delle linee architettoniche del fitto sviluppo della città. Le inquadrature “profonde” furono ispirate dall’agglomerato urbano di Hong Kong e dalle città industriali inglesi. Anche i fumetti diedero uno stimolo molto importante per creare l’atmosfera e l’ambientazione. Molti contributi arrivarono dalla rivista francese Métal Hurlant e dai disegni di Moebius, il quale dovette declinare l’invito a partecipare alle riprese per precedenti impegni professionali. Nel film gli scenari creati da Syd Mead sublimati dalla fotografia di Jordan Cronenweth giocano su un continuo contrasto tra la modernità degli esterni e lo stile retrò degli interni. Come i favolosi costumi creati da Charles Knode e Michael Kaplan. Su tutto questo, la musica di quel genio di Evangelos Odysseas Papathanassiou, al secolo “Vangelis”: compositore e artista ispiratore di intere generazioni, dagli Air a Sebastien Tellier, la sua colonna sonora è un gioiello senza tempo, perfettamente aderente alle scene ed alla trama che riesce ad esaltare.
Per il personaggio di Deckard, il casting non fu facile. Fancher aveva scritto la prima sceneggiatura pensando a Robert Mitchum. Scott e i produttori cinematografici spesero mesi in riunioni e discussioni per dare il ruolo a Dustin Hoffman, interessato al personaggio, ma che aveva una visione molto diversa da quella del regista. Furono allora presi in considerazione Gene Hackman, Sean Connery, Jack Nicholson, Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Arnold Schwarzenegger, Al Pacino e persino Paul Newman e Burt Reynolds. La scelta, come tutti sanno, cadde su Harrison Ford, che riesce perfettamente nell’intento di creare uno straordinario Deckard, in bilico tra futuro e passato. Il suo personaggio faceva pensare a Humphrey Bogart o a Sam Spade, tanto che quando i costumisti iniziano a immaginare i suoi abiti di scena, gli sembra logico mettergli un cappello in testa. Ma Harrison Ford è categorico e non ne vuole sapere. Motivo? Ha indossato il cappello per sei mesi sul set de I predatori dell’arca perduta e non ne poteva più. Diversa cosa fu la scrittura di Roy Batty, il replicante antagonista di Deckard. Ridley Scott arruolò Rutger Hauer senza neanche incontrarlo, fermamente convinto dopo averlo visto sullo schermo in Fiore di carne (TurkishDelight 1979) e in Soldato d’Orange (Soldaat van Oranje 1979) di Paul Verhoeven. Al loro primo incontro, Hauer gli farà uno scherzo terribile presentandosi con pantaloni di raso rosa, un maglione bianco con l’immagine di una volpe sul davanti e degli enormi occhialoni verdi alla Elton John. Quando Scott vede Hauer per poco non gli prende un colpo. Il suo contributo al film sarà fondamentale come il dialogo finale ormai passato alla storia (Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi…) che lo stesso Hauer contribuirà a scrivere. La credibilità che riesce ad infondere al personaggio è parte integrante del successo della pellicola. La sua trasformazione da replicante malvagio a forma di vita pensante irrompe sullo schermo in tutte le sue sfumature, effettivamente nessun altro avrebbe potuto interpretare il ruolo come lui. Al suo fianco, compagna e replicante sexy, costruita come giocattolo destinato a soddisfare il piacere dei soldati nelle colonie extraterrestri, l’allora semi sconosciuta e magnifica Daryl Hannah. Quel ruolo e quel look segneranno la storia del cinema. Con loro nel cast Emmet Walsh (il capitano di polizia “Bryant”), James Edward Olmos (il suo tirapiedi “Gaf”) e Joe Turkel (il creatore “Tyrell”), oltre a Brion James (“Leon”) e la bella Johana Cassidy, probabilmente l’unica a poter interpretare il replicante “Zhora”, giacché il pitone utilizzato nelle sue scene se lo portò direttamente da casa: era il suo. Ma uno dei principali motivi per cui non riesco a smettere di vedere e rivedere questo film è la presenza del personaggio chiave interpretato da Sean Young: “Rachael”, la replicante assistente di Tyrell di cui Deckard s’innamora. Inizialmente non sa di esserlo, anche se comincia a sospettarlo. Rachael è diversa. Il suo creatore le ha impiantato dei ricordi, ma quei ricordi non sono i suoi. Sono solo un nuovo espediente per limitarne la consapevolezza. Quando Deckard le rivela ciò che è in realtà, la dolcezza del suo sguardo e la sua fragilità gli svelano quanto le sue emozioni siano reali.
Non è solo il suo universo di certezze a sgretolarsi, ma quello di entrambi. Non può più “ritirarla”, perché la ama. Cosa è umano? Cosa è vero?
Forse in un mondo dove tutto è possibile, la differenza sta tra la consapevolezza di ciò che siamo e ciò che scegliamo di essere. Nel film il gioco delle parti è in continuo mutamento. Il replicante Roy Batty, da inseguito ad inseguitore e da preda a cacciatore, che sul punto di morire salva la vita a Deckard: “Più umano dell’umano” sembra indicarci proprio questo. Una scelta, non una condizione. Quei momenti non andranno perduti come lacrime nella pioggia. Deckard umano o replicante che sia non può più tornare indietro e sceglie di fuggire con Racheal, sottraendosi al “gioco” che la società gli impone. Blade Runner è pieno di simbolismi a volte celati, a volte evidenti, che le varie stesure hanno esaltato o nascosto.
A Philip K. Dick la sceneggiatura di David People piacque. Quando venne inviato a visionare i primi 20 minuti della pellicola, dopo la visione del filmato disse entusiasta a Ridley Scott che il mondo creato per il film assomigliava esattamente a quello che lui aveva immaginato. Philip K. Dick però non vide mai la versione finale del film. Il 2 marzo del 1982 venne a mancare, appena dopo l’ultimazione. Proprio per questo motivo il film fu dedicato a lui e a noi oggi piace fare altrettanto con questo articolo.

L’Aperitivo Illustrato No. 65/2014

Federazione Unitaria Italiana Scrittori: L'Aperitivo Illustrato

25 Febbraio 2014

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25 Febbraio 2014